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Recensione su Corpo celeste

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20 dicembre 2012

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Marta è una ragazzina di 12 anni che torna dalla Svizzera nella natia Reggio Calabria. Ha una sorella più grande che la odia e una mamma che la ama, e deve prepararsi alla cresima, seguendo il corso di catechismo della parrocchia locale. E’ questa la storia attraverso cui la regista, esordiente dal cognome impronunciabile, racconta per immagini il degrado di una città fatiscente, ai cui limiti si distendono campi di rifiuti e i cui palazzi in cemento ad alveare sembrano più un cimitero che abitazioni vivibili. Il degrado materiale è specchio che riflette quello morale, di poco meno che tutti gli adulti del racconto, in particolar modo gli esponenti della (vostra) madre chiesa. Si va dal prete interessato solo alla raccolta di voti per le elezioni, e a farsi spostare in una parrocchio più importante, alla stupidissima e ignorante insegnante di catechismo (la canzone “Sintonizzati col Signore” è una chicca), al sagrestano che trova dei micini e li infila in un sacchetto e li ammazza sbattendoli ripetutamente su di un marciapiede e poi li getta. Con l’avvicinarsi del giorno della festa, atteso da tutti, gli occhi azzurri di Marta sono i testimoni, più o meno casuali, di fatti del genere, finendo per porsi sempre più domande sul senso e sulla necessità di tutto ciò.
Non si capisce bene perché la sua vita preveda solo casa/catechismo, e niente altro, ma per il resto è un ritratto duro e riuscito di una realtà vicina e lontana da noi. Succede tutto adesso. E qua si ritorna alla domanda di prima, che poi è una frase che a me piace tanto ripetere. Per che cosa combattiamo? Marta, la quale armi per combattere ancora non ne ha, scappa attraverso un tunnel con l’acqua alla vita, col suo bel vestito da festa. Lei la cresima non la fa, tiè.

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