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Recensione su Coraline e la porta magica

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15 aprile 2011

Avevo grandi aspettative, ma un po’ di delusione c’è stata e c’è stata sullo svolgimento della storia, non sulla resa, come dire, immaginifica. Perchè quella, uscendo fuori dai canoni dell’edulcorato standard ormai adottato da tutti i cartoonisti, è decisamente interessante: forme sghembe, colori squillanti e cupissimi, personaggi la cui stramberia è , come dovrebbe essere, disturbante.

La storia è bella, la trovata degli occhi/bottoni davvero profonda: occhi specchio dell’anima, occhio mezzo della visione/individualità, apertura agli altri, al fuori da sè e il meccanismo di accettazione del mondo brillante (che nasconde un pericolo) deve essere volontario, come tutte le storie di crescita, di formazione. Quindi l’inespressività dei bottoni è il simbolo della perdita dell’autonomia individuale, della personalità, del libero arbitrio verso il mondo e verso se stessi, la rinuncia della capacità di giudizio., ma anche il simbolo dell’accettazione di un mondo massificato e patinato, tutto virato al bello, al felice (il mondo di cartapesta della televisione, per esempio), un mondo senza sfumature.
Lo svolgimento della storia dicevo: troppo veloce per me la ricerca degli occhi dei bambini, come se fosse dato per scontato, troppo lo squilibrio fra questa pezzo della narrazione e le altre parti, tutte quelle bellissime dedicate ai personaggi di contorno, è come se la soluzione sia stata precipitosa.
MI è piaciuta molto l’idea della bambola che è una porta verso l’altro mondo, l’idea del doppio che è cucito da una strega il cui scheletro è ago e filo: la paura germina nel quotidiano.
Molto bella anche l’idea del giardino, che ha forma di viso di Coraline, il bambino è naturalmente un egocentrico, si fa leva quindi sul suo istinto e sul desiderio di centralità.

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