Recensione su Confidenze troppo intime

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Finiamola. E ricominciamo / 16 Febbraio 2016 in Confidenze troppo intime

Il voyeurismo del racconto; singolare che sia il cinema a prendersene carico, rinunciando di fatto a mostrare immagini e prediligendo la parola come mezzo erotico, intraprendendo la complessa strada del racconto sospeso tra eros intellettuale e psicanalisi.
La singolare tresca inizialmente vigilata dalla presenza – piuttosto discreta, ma comunque d’impaccio – della vecchia segretaria Mulon, sembra liberarsi progressivamente di ogni impedimento, un po’ come la Bonnaire che inizialmente non toglie neanche cappello e impermeabile per poi finire a indossare camicette leggerissime. Eppure il meccanismo ha un limite, oltre al quale si spezza l’incantesimo. Oppure si ricomincia daccapo.
“Questa porta semiaperta sul mondo femminino è difficile da richiudere” è la sentenza perfetta dello psichiatra dott. Monnier, un convincente Michel Duchaussoy.
La cinepresa di Leconte è un po’ forzatamente instabile, a volte anche nei primi piani sembra quasi impercettibilmente scossa da un tic.
Semplice ma notevole il contrasto tra sequenze che sottolineano i diversi stati d’animo nella solitudine del protagonista, un bravissimo Luchini, come il raffronto tra l’ esilarante balletto allo specchio su ‘In the Midnight hour’ e la ripresa di spalle sulla poltrona, sulle note di un adagio funebre davanti a un bicchiere di vino rosso.
Uno scontato hitchcockiano sottofondo di archi banalizza un po’ quest’opera strana, difficilmente collocabile in un genere.

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