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Recensione su Coco

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Lacrime colorate / 30 dicembre 2017 in Coco

Non ha la potenza visiva di Oceania nè uno story-telling all’altezza di Zootropolis il coloratissimo Coco. Pur restando a livelli sempre molto alti, anche la Disney/Pixar ha la sua frequenza creativa con parabole ascendenti e discendenti, per cui non temo di dire che il cartoon messicano di Lee Unkrich e Adrian Molina non vada oltre la media. Spinge decisamente sulle ghiandole lacrimali, con un finale che se non piangi hai un cuore di pietra o stavi dormendo. Il ragazzino che vuole emergere nonostante i limiti imposti dalla propria famiglia è un modello narrativo che è davvero consumato, possibile che non si riesca a trovare idee più fresche? Rimane splendida l’ambientazione di un aldilà metropolitano con luci al neon (però diciamolo, siamo sull’ iper-cromatismo un po’ facile, eh) e carina la gestualità degli scheletri. Che l’animaletto di turno sia adorabile è un marchio di fabbrica, e il linguacciuto Dante non è da meno.

4 commenti

  1. marcomaffei12 / 1 gennaio 2018

    però l’idea di fondo degna di nota rimane quella di non dimenticare i nostri avi, ricordarli anche solo raccontandone le gesta (noi che purtroppo non abbiamo il giorno dei morti messicano) e sperare poi che anche i nostri nipoti facciano lo stesso con noi.

  2. Stefania / 15 gennaio 2018

    Uhm, non sono d’accordo con te, quando dici che Coco “non ha la potenza visiva di Oceania“: secondo me, entrambi i film sono molto ricchi e appaganti dal punto di vista visivo.
    La grossa differenza che, per me, sussiste fra i due è che il primo, luminosissimo, si affida a un contesto reale (e quindi riconoscibile), per quanto rielaborato, mentre il secondo (parentesi messicana a parte) crea un nuovo mondo, oscuro benché illuminato da colori vivaci, che, pur richiamando elementi di quello esistente, è completamente inventato.
    Per il resto, la succitata potenza visiva mi sembra davvero pari. Mi piacerebbe guardare questi film sequenza per sequenza per osservare ogni singolo dettaglio presente in ciascun frame: è impossibile coglierli tutti, normalmente 🙂

    • paolodelventosoest / 16 gennaio 2018

      Per me la grande differenza è proprio sulla qualità del disegno. Coco spinge molto sul contrasto cromatico tra lo sfondo nero e le fosforescenze; esaltante ma facile. Oceania invece disegna in maniera pazzesca le sfumature dell’acqua, i contrasti sono molto meno netti e alcuni frame ti (mi) lasciano letteralmente senza fiato.

      • Stefania / 16 gennaio 2018

        Mah 🙂 La “qualità del disegno” è oggettivamente indiscutibile in entrambi i casi. Oceania si svolge all’aperto, Coco in una particolare versione dell’oltretomba che, per quanto giocosa e fantasiosa, è pur sempre la terra della Morte. Come avrebbero dovuto illuminarla, se non esiste la luce naturale?
        Nota a latere: la fosforescenza delle anime-guida, per dire, non mi è piaciuta. Secondo me, ha appiattito le forme, rendendo i volumi dei corpi molto più modulari e squadrati, come nelle animazioni digitali degli albori.
        Anche Oceania ha una lunga sequenza sottomarina buia (guarda caso, vengono usate molte fosforescenze: insomma, mi pare di capire che, in CG, non si possa scappare molto da quell’escamotage tecnico in tali situazioni). Un aldilà simile ma più livido e virato sui colori “tradizionali” del merchandising dei b-movies a tema è quello de La sposa cadavere, per esempio, ma la tecnica usata è un’altra e Burton ha una diversa filosofia estetica.
        Non voglio mettere in discussione le tue preferenze personali, ci mancherebbe! Hai preferito le scelte visive di un film rispetto a quelle dell’altro e ci sta, eccome 🙂

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