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Recensione su Cloverfield

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Un film catastrofico che regala una buona dose di spettacolo / 7 giugno 2011 in Cloverfield

A dire la verità, credevo che “Cloverfield” fosse una cagata pazzesca. E invece mi sbagliavo. Se riuscite a superare indenni i primi quindici minuti (di una bruttezza esemplare, soprattutto per colpa dei dialoghi ridicoli: al confronto quelli scritti da Federico Moccia sembrano concepiti da Ingmar Bergman!), il film nel suo prosieguo riserva non poche sorprese. A parte il terribile incipit (a proposito: fa a gara con quello di “Hostel” di Eli Roth per il titolo di inizio più brutto della storia del cinema!), “Cloverfield”, se preso unicamente per quello che è, ovvero un prodotto di intrattenimento, funziona.
Tutto comincia durante una festa organizzata da alcuni ragazzi per salutare un loro amico in procinto di partire per il Giappone. La suddetta festa si trascina stancamente tra chiacchiere sceme, goliardate varie e menate sentimentali, fino a quando, all’improvviso, esplode un botto tremendo che squarcia il clima di relax. Immediatamente la sala viene invasa dal panico, e mentre tutti si chiedono cosa diavolo possa essere stato a provocare un simile botto, ecco che irrompe subitanea un’altra tremenda esplosione. L’angoscia, a questo punto, comincia a montare inesorabilmente fra gli invitati al party. Mentre questi ultimi vagano attoniti per l’appartamento nel quale fino a un attimo prima stavano festeggiando belli giulivi, fuori sembra che si stia scatenando l’inferno: le strade, infatti, vengono invase all’istante dai soldati dell’esercito armati fino ai denti, con tanto di carri armati che avanzano minacciosi, mentre nel cielo sfrecciano gli aerei militari in assetto da combattimento.
La gente, comprensibilmente spaventata, abbandona le proprie case e si riversa in massa per le vie della città cercando di scappare chissà dove: non sanno, però, che ad attenderli c’è una creatura gigantesca pronta ad uccidere chiunque le si pari davanti. Tutta la vicenda ci viene mostrata attraverso la soggettiva di una videocamera tenuta in mano da uno dei fessacchiotti partecipanti alla festa iniziale.
Sul piano spettacolare, la pellicola garantisce un buon coinvolgimento: tolto il primo – orribile – quarto d’ora, nei rimanenti settantacinque minuti l’azione è talmente frenetica che non lascia quasi mai un attimo di tregua allo spettatore, e anche la suspense non manca di certo. Mettendo in scena la storia di un attacco tanto violento quanto improvviso, “Cloverfield”, inevitabilmente, riflette la paranoia americana post undici settembre (non a caso, la storia è ambientata a New York); ma da un regista tutt’altro che eccelso come Matt Reeves non è che ci si debba attendere chissà quali riflessioni filosofiche. La sceneggiatura, infatti, mette da parte le psicologie dei personaggi per puntare tutto sull’azione pura, e in questo bisogna ammettere che la pellicola riesce a fare bene il suo “sporco lavoro”. Dato che il ritmo e la tensione non mancano, se non si pretende troppo (molte cose, ad esempio, non sono verosimili), il divertimento è assicurato. “Cloverfield”, in sostanza, non è altro che un’onesta pellicola di intrattenimento. Produce J. J. Abrams, creatore di “Lost” (serie geniale che però, dopo un inizio folgorante, diciamo le prime due stagioni, più è andata avanti e più si è ingarbugliata). Alla fine del film, comunque, permane un unico, grande interrogativo: ma era proprio necessario girarlo tutto attraverso la soggettiva di una videocamera?

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