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Recensione su City Island

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9 marzo 2011

E’ un film che non ha nessun alto e pochi bassi (il personaggio di Molly che si rivela drammatico e mal si sposa con il film nel complesso, la scena della rivelazione finale, lunga e mal riuscita). Eppure tutti i personaggi confliggono con il political correct statunitense: fumo e spinelli a gogò, la predilizione per il grasso fisico, la ciccioneria più sbracata. Se ci sono totem salutisti oggi in Usa questo è il film che li infrange tutti, tanto che gli intrecci al limite dell’incesto, il mestiere dello spogliarsi in pubblico e le rapine a ripetizione dei pargoli di famiglia sono un nulla a confronto. La sceneggiatura vorrebbe costruire tutto il meccanismo drammaturgico intorno ai segreti che i componenti di una classica media famiglia custodiscono, piccole debolezze, grandi non detti tutti motivati dalla paura del giudizio altrui. L’ultimo arrivato, con una fedina penale lunga e non occultabile, in cinque minuti catalizza i desideri nascosti e le paure degli altri divenendo depositario di tutto ciò che nessuno vuole svelare di se stesso. Il regista omaggia in modo divertito anche il cinema italoamericano che ha fatto grande NY, Brando e Scorsese, ma senza un vero piglio originale.
Aleggia comunque un fondamentale buonismo, non ci si fa mai del male davvero, tutte le fratture, tutti i problemi, molti dei quali inesistenti e solo ingigantiti dal tran tran quotidiano e dalla paura di essere giudicati perchè fuori norma, vengono poi placidamnete inglobati dal grande ventre della famiglia. Comunque vedibile

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