Recensione su Mister Chocolat

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Biopic stantio / 10 Aprile 2016 in Mister Chocolat

Chocolat è un biopic di produzione francese che tenta di riportare alla luce una storia complessa riguardo al superamento razziale nella società francese dei primi del novecento, nell’ambito dell’arte e quindi della emancipazione espressiva. Durante l’arco narrativo il regista Roschdy Zem cerca di descrivere una storia netta, di facile comunicazione, romanzando e semplificando molti degli aspetti che coinvolsero l’artista nero. Ciò che però il regista sceglie di fare è di rivolgere il suo sguardo unicamente sul personaggio protagonista, facendo girare attorno alle sue emozioni e alle sue percezioni l’intero film, sacrificando ciò che simbolicamente più conta per un personaggio come Chocolat: il suo impatto sociale e la risposta della popolazione al tentativo di cambiamento che lui sta incarnando. Se si decide di parlare del primo artista nero nella storia della Francia dunque, non si può limitare il tutto ad un film emozionalista, decapitando così il significato collettivo a favore dell’individuale che altro non è che l’ennesima storia di disagio interraziale. Percorrendo invece linearmente la sua vita e descrivendo Rafael Padilla come un soggetto a sé stante e non come oggetto del contesto sociale, la sua diventa una storia come mille altre, e gli sviluppi di trama con le scelte personali del protagonista assumono giustificazioni del tutto devianti dal senso concreto, scaricandosi nella solita questione dell’eurocentrismo razzista come causa di ogni male recato alla popolazione nera, di certo importante per questa storia, ma non totalizzante come invece è nel film. Il modo in cui quindi il clown nero cede ai vezzi del consumismo per poi pagarne le conseguenze (sia fisiche che morali) si confonde con la sua emarginazione ad opera del cittadino borghese, e tutto si trascina verso un melò che non evita di essere prolisso nel finale.

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