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Recensione su Che - L'Argentino

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2 febbraio 2013

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

C’è Benicio del Toro che diventa uguale al Che, e va a fare la rivoluzione a Cuba. In questa prima parte, della bio che Soderbergh ha dedicato alla ingombrantissima figura di Guevara, c’è la preparazione, la predisposizione dei pezzi, la partenza per Cuba insieme a un mattacchione col sigaro che fa molto Fidel Castro (ah no, è Fidel Castro), e poi la guerriglia nella foresta, con le sue difficoltà, lui che per metà è un figo e per metà tossisc/scputacchia perché è asmatico, e infine la strada, spianata di contadini festanti, verso L’Havana liberata dal capitalismo e da Fulgencio. Ma non c’è solo l’ascesa del Che come guerrigliero, ma anche come personaggio pubblico, che accetta, por la revolucion, di diventare il simbolo mediatico della lotta da offrire a giornali e telecamere e occidente. É dura non emotivamente partecipare alla cavalcata verso la vittoria, anche perché sai benissimo che questa è la parte della bio che finisce bene, e non andrà sempre così. A Soderbergh il merito di non scadere nell’agiografia, nel comporre una ricostruzione passabilmente accurata di vicende storiche che hanno avuto un significato tanto abnorme per quel che è successo dopo, e sono state oggetto di vera e propria mitizzazione/demonizzazione, a seconda dei punti di vista, in seguito.

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