Recensione su Hunger Games: la ragazza di fuoco

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14 Dicembre 2013

Abbandonata la regia tremolante di Gary Ross, il sequel è affidato alla perizia di Francis Lawrence, con tutti i rischi che la sua filmografia poteva comportare. Il film inizia con quello che doveva essere il finale del precedente, ovvero con la scoperta delle carte da parte dei personaggi, e la ricollocazione narrativa di un subbuglio che era stato malamente concluso. Forti di questo inizio promettente, i personaggi acquisiscono da subito profondità psicologica , e la loro “caratterialità” si fa definitivamente marcata ma non stereotipata. Il racconto diventa avventura, innescando uno dei meccanismi a me più cari e rari riguardo al cinema: il fascino del fantastico, e l’affezione quasi morbosa al sogno pseudo-infantile. Tutto ciò è possibile solamente se dietro al mero blockbuster sussiste il mastodontico lavoro di scrittura, regia, e via dicendo. Esaltato questo tratto spudoratamente personale, metterei ora l’accento su una tematica di fondo del film: i meccanismi del potere. E’ con questo pretesto che l’avventura diventa denuncia, e l’oppressione tangibile trasla tutto il contesto in un piano reale, coinvolgendo direttamente la moralità di uno spettatore indifeso. Qualcosa ancora rimane irrisolto (ovviamente, altrimenti non riuscirei a vedere il motivo dei prossimi 2 seguiti) come la psicologia, per ora celata, quindi ancora banale, di Snow, il presidente dei giochi, ma lo sviluppo certosino dei momenti filmici è azzeccato in ogni dettaglio, dai tempi ai modi. La camera è vicina ai valenti attori (il cast di impreziosisce si nomi quali Philip Seymour Hoffman e Jena Malone), così da far sentire me spettatore parte della storia, personaggio aggiunto e presente nella scena; regia ardita e concreta, estremamente competente in alcune inquadrature da antologia. Reparto artistico (scenografia, costumi, trucchi ed effetti speciali) ai massimi livelli cinematografici, talmente rilevante da diventare imprescindibile. Si potrebbe dire quasi che ci sia un gusto moderno del bello perseguito negli abiti, nelle pose, negli sguardi, nei set. Il vestito che prende fuoco a contrasto con gli occhi di ghiaccio della protagonista è quasi un quadro romantico, da filosofia dell’estetica. Una delle poche pecche imputabili: in alcuni punti, troppe analogie con il primo film. Da apprezzare anche un intreccio amoroso che pare (per la prima volta in un film del genere) realmente complesso e articolato, fatto di sfumature e situazionismi cangianti , miracolosamente senza calcare troppo la mano.

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