Recensione su Carnage

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18 settembre 2011

Questo film, teso e veloce, con pochi cali di tensione, benché sia basato esclusivamente su dialoghi e manchi di azione propriamente detta, è una calzante metafora della società. Contemporanea o meno, non importa.

Ci sono quattro personaggi che rappresentano altrettante sfaccettature dell’animo umano: nessuna di esse è pienamente definita (così come sono labili le posizioni “sociali” dei protagonisti) e l’una è complementare all’altra (e, ovviamente, tali sono anche le relazioni, rappresentate da comunelle o da ostilità, all’interno e tra le due coppie protagoniste).
E’ semplice rispecchiarsi alternativamente in ognuno dei personaggi, poiché essi, singolarmente o in maniera corale, esprimono atteggiamenti o addirittura nevrosi più che mai comuni. In questo senso, l’ultimo di Polanski è un film ovvio, che -narrativamente- non svela nulla di trascendentale.
La forza della storia risiede nella paradossale coerenza delle sbandate emotive dei protagonisti, nel loro abbandono delle convenzioni sociali positive a favore di sfoghi tanto liberatori quanto scorretti dal punto di vista civile.

Il personaggio interpretato da Waltz è il primo a mostrarsi totalmente per il nichilista che è, mentre gli altri lo seguono a ruota, in un’escalation di confessioni alcoliche.
L’amarezza della politicamente corretta Foster è condivisibile, ma il suo attaccamento alla lealtà ipocrita è quantomai fastidioso.
Tutti gli attori sono molto bravi e credibili ed è difficile dire se vi sia, fra essi, qualche distinguo qualitativo.
Come in altri lavori di Polanski, anche qui l’ambiente domestico è emblematico: un evento alieno sconvolge l’equilibrio della casa, ma essa resiste, mantenendosi inviolabile nei confronti dell’esterno. Il fatto che il soggiorno sia in perfetto ordine, al contrario della camera da letto e del bagno, ribadisce il concetto che l’apparenza inganna e che gli altarini saltano fuori nei momenti più inadatti.

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