Recensione su Cape Fear - Il promontorio della paura

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21 Novembre 2013

Devo ammettere di preferire il remake all’originale del 1962. In primo luogo perchè preferisco la caratterizzazione dei personaggi di contorno ai due antagonisti principali, l’avvocato e l’ex galeotto: il detective privato è maggiormente presente (ancorchè gnucco, lo riconosco) e ostenta una sicumera data dall’esperieza che giovano al personaggio, soprattutto in virtù del fatto che è destinato a fare ben misera fine. Ma sono soprattutto la moglie e la figlia dell’avvocato ad avere maggiore risalto, dignità, carattere nel film di Scorsese. La famiglia dell’avvocato, soprattutto se vista nel rapporto a due che inevitabilmente si riflette sull’atteggiamento della figlia adolescente, è messa continuamente sotto un riflettore, pronto ad evidenziare le crepe (già presenti del resto prima dell’avvento della minaccia esterna) di questi perfetti rappresentanti dell’upper class americana: i coniugi hanno alle spalle litigi, tradimenti veri o presunti, fine delle illusioni, rancori mai sopiti. La minaccia del nemico esterno, Cady, lungi dall’allontanare questi sentimenti negativi, non fa che accrescere le tensioni e le rimostranze dei due, a maggior vantaggio della suspance. La figlia (un’ottima Juliette Lewis) è perfetta nello stare continuamente in bilico tra l’arroganza e la civetteria adolescenziale e l’atteggiamento infantile di chi non ha ancora smesso definitivamente di trastullarsi coi giochi da bambini: anche il suo modo di rapportarsi alle vicende degli adulti è goffo e carico di curiosità, il che ne fa il bersaglio perfetto dello psicopatico di turno. I due protagonisti maschili: grandiosi. Mi piace l’aspetto di Nick Nolte, sempre sull’orlo di una crisi di nervi e sempre impegnato a nascondere ai propri cari la sua totale mancanza di controllo della situazione. Trovo geniale la scelta di non farne un’eroe totalmente positivo (a differenza di Gregory Peck il quale, come sappiamo, ha sempre ragione nei secoli dei secoli amen). In questo remake le rimostranze di Max Cady nei confronti del suo ex difensore non sono totalmente prive di fondamento. L’avvocato, quattordici anni prima degli eventi, sceglie arbitrariamente che Cady sia meritevole di una condanna e decide di agevolarne l’incarcerazione nascondendo dei documenti basilari ai fini di un’equa difesa dell’imputato, in barba al sesto emendamento. Moralmente si trova ad avere ragione e torto contemporaneamente, di qui la mancanza di sicurezza, di controllo, di piglio nell’affrontare Max Cady. Quest’ultimo, da parte sua, è perfettamente psicopatico, tatuato, forte e quasi disumano nella sua perseveranza. Ecco, forse quest’ultimo aspetto rende migliore il Max Cady di Robert Mitchum della versione anni 60: nel primo film l’antagonista era un uomo, innegabimente, e nonostante la sua furbizia e pervicacia, restava un semplice uomo per tutto il film. Nel remake di Scorsese, invece, Robert De Niro, sebbene perfetto nella parte, sembra quasi assurgere al ruolo di demone degli inferi tanta è la sua cattiveria. Un po’ troppo, forse. Tecnicamente, infine, è azzeccata la scelta di mantenere la colonna sonora originale, così come le scelte di talune inquadrature d’effetto che, che ve le racconto a fare? Sono frutto del genio registico di Martin e dunque ottime, come sempre.

4 commenti

  1. PierUnattimo / 27 Aprile 2015

    Ciao, volevo chiederti qual è il titolo del film originale del 1962 che hai citato|?

  2. Stefania / 28 Aprile 2015

    De Niro inattaccabile, ma grande Robert Mitchum, nel film di J.Lee Thompson: un cattivo perverso da manuale http://bit.ly/1Ozjszs
    Concordo sulla positività delle sfaccettature del personaggio di Nolte: i personaggi tutto d’un pezzo, a dirla tutta, sono incomprensibili. L’alternanza di luci ed ombre è decisamente più interessante.

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