Recensione su Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe

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Bunuel e il ruolo dell’Arte / 3 Marzo 2020 in Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe

Il film di animazione Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe di Salvador Simó, tratto dall’omonimo fumetto dell’autore spagnolo Fermín Solís, è ambientato in un momento preciso della vita di Luis Buñuel. Dopo lo scandalo provocato da L’âge d’or (1930) e la rottura con Salvador Dalì, Buñuel è in crisi personale, economica, creativa. Inoltre, l’effetto deflagrante del suo secondo film impone all’autore (e al circolo di artisti che frequenta a Parigi) alcune riflessioni: qual è l’utilità dell’Arte?

Ossessionato dall’idea di essere stato tradito e di non veder apprezzati i suoi meriti artistici (inevitabilmente, tutto questo si riconduce al rapporto con Dalì) e oppresso dal ricordo della ingombrante figura dell’autoritario padre, Buñuel viene incuriosito da una ricerca antropologica e sociale condotta sulle popolazioni di Las Hurdes, una regione della Spagna non molto lontana da Salamanca e Madrid, al confine con il Portogallo. La zona, circondata da alte montagne e priva di collegamenti stradali agevoli, è generalmente afflitta da una estrema povertà. Lo Stato sembra disinteressato alla condizione della popolazione de Las Hurdes, ridotta alla fame, incapace di allevare animali e coltivare campi, spesso senza acqua potabile, colpita da malattie, alta mortalità infantile e dilagante degrado fisico e morale.

Cresciuto nelle campagne dell’Aragona in un ambiente agiato ma caratterizzato da una solida arcaicità estetica e sociale (“Ho avuto la fortuna di passare la mia infanzia nel Medioevo, quell’epoca dolorosa e squisita, come scriveva Huysmans”), Buñuel ha ammesso di aver subito fin da bambino una fascinazione per l’orrido. La sua vena surrealista non è che una discendenza diretta di questa predilezione.
Il suo interesse per Las Hurdes, quindi, sembra ispirato più dalla possibilità di vedere e toccare con mano la povertà e l’abbrutimento più estremi che da disinteressata pietas e impegno sociale.
Il dubbio sugli intenti morali del documentario Terra senza pane (1932), l’unico all’interno della filmografia di Buñuel, si acuiscono alla luce di questo nuovo film a cartoni animati.
Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe, infatti, è un’opera metacinematografica che racconta alcuni retroscena legati alla lavorazione del film del ’32 che, peraltro, Buñuel non si è mai preoccupato di celare (vedi, per esempio, le dichiarazioni rilasciate nel libro-intervista Buñuel secondo Buñuel).

Di fatto, Terra senza pane è, in un certo modo, un mockumentary ante litteram: partendo da una condizione esistente, il film altera -se possibile- ancor più tragicamente- la realtà a uso e consumo del regista, più che del pubblico. Per ottenere un miglior risultato estetico ed enfatizzare un dramma oggettivo, Buñuel non si esime dall’inventare di sana pianta alcune situazioni, alterando la realtà (le capre, il gallo, le api, il funerale sono le più eclatanti, ma non dubito che abbia chiesto agli abitanti dei villaggi di Las Hurdes di fare determinate cose incluse nel film).
Se il documentario, per sua natura, è un medium che, in quanto tale, pure “involontariamente”, filtra la realtà, un’opera come Terra senza pane inventa, letteralmente, la realtà, indirizzando scientemente lo spettatore verso precise suggestioni (perlopiù, repulsione, pietà, commiserazione, indignazione, impotenza, senso di colpa). La critica al film da parte della censura repubblicana spagnola, che lo definì un “delitto contro la patria”, è la cifra perfetta della reazione che Buñuel intendeva ottenere: scandalo e riprovazione. Con tratti in odor di blasfemia (tanto per cambiare), la posizione di Buñuel ha un che di evangelico. Semplificando l’ottica cristologica, scandalizzare significa ostacolare. E Buñuel sembra voler fare questo: creare scandalo per provare a minare la serenità altrui. In concreto, non conosco gli effetti prodotti sull’opinione pubblica da Terra senza pane e non so se le condizioni delle popolazioni di Las Hurdes siano cambiate in meglio, dopo la diffusione del documentario.
Sicuramente, Buñuel ha potuto approfittare cinicamente dell’occasione, trasformandola in un laboratorio, per informarsi e abbeverarsi di immagini ed emozioni per le sue esperienze artistiche future.

Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe ha una certa valenza informativa, poiché, appunto, illustra il dietro le quinte di un tassello importante dell’esperienza cinematografica di Buñuel. Non rivela niente di più di ciò che è sempre stato possibile leggere nei testi dedicati al regista spagnolo, ma è un progetto interessante, proprio per via della sua natura divulgativa.
Sono rimasta nettamente meno convinta dallo sviluppo propriamente narrativo del film: i personaggi, compreso lo stesso Buñuel e il fondamentale Ramón Acín (ucciso durante il regime franchista e a cui Buñuel ha dedicato il documentario che lui finanziò e a cui lavorarono insieme), mi sono parsi caratterizzati in maniera incerta. Le pulsioni intellettuali e personali restano in superficie: forse, l’ambiguità dimostrata da Buñuel nei confronti del suo film documentario (es. costruisce le scene ad arte e poi si commuove) è voluta, per sottolineare la dualità dell’animo dell’artista. Ma avrei preferito una presa di posizione da parte del film di Simò: qual è, in sostanza, la risposta di Buñuel alla domanda iniziale, quella sul ruolo dell’Arte?
Confesso che mi pare che Nel labirinto delle tartarughe non fornisca risposte particolarmente esaurienti.
A latere, anche gli inserti onirici (a esclusione dell’incontro con la Morte a Las Hurdes) e quelli legati alla dimensione del ricordo mi sono parsi poco centrati ed efficaci nell’economia del racconto.
In definitiva, eccellenti premesse, risultato (per me) nebuloso.

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