Recensione su Brooklyn's Finest

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1 Febbraio 2014

“Brooklyn finest”
Disperazione.
Questo film parla di disperazione.
Tre uomini, tre poliziotti, una comune disperazione.
Si può essere disperati perchè la propria vita ha girato a vuoto, restano solo fantasmi e cicatrici, e si può giocare alla roulette russa ogni mattina, sperando che prima o poi arrivi il proprio momento, trascorrendo il resto del tempo a trascinarsi da un punto all’altro di una vita oramai vuota.
Si può essere disperati perchè si è impotenti di fronte alla sofferenza di chi amiamo, perchè ci sembra che tutto ciò che abbiamo non è abbastanza per proteggere i nostri cari, e si può scegliere di venire meno ai nostri ideali pur di offrire loro quello che crediamo di dovergli offrire.
Si può essere disperati perchè le nostre scelte ci stanno presentando il conto, la vita che avevamo scelto è ora una prigione e tutto ciò che aveva senso sembra essere inutile, e allora si può decidere di tirare il freno a mano e ritrovarsi in un vorticoso testa coda, che difficilmente ci rimetterà sulla strada giusta.
I tre protagonisti ci vengono presentati proprio attraverso le loro disperazioni, mostrandoci fino a che punto si stanno spingendo e rendendo immediatamente evidente come niente di buono può venire se si agisce alla cieca, in cerca di qualcosa che non dovremmo cercare, ma da cui dovremmo fuggire, per recuperare quello che abbiamo perso per strada.
Ho apprezzato molto la capacità del film di mostrarci tutto senza dire molto, di farci vedere, quasi toccare, il baratro personale dei tre protagonisti, creando con loro un empatia quasi fastidiosa per quanto reale, perchè, al di là delle scelte, giuste o sbagliate, che gli vedremo fare, sono uomini, e la condizione umana è unica e se è presentata in modo così diretto e vero, anche se estremamente duro e disincantato, non può lasciare indifferenti.
Alla fine della visione ho subito pensato che il messaggio del film, il messaggio principale intendo, sia che la disperazioni non può che condurci su strade sbagliate. Agire senza speranza, dall’etimologia di “disperare”, equivale a pronunciare una sentenza difficilmente revocabile.
Solo uscendo dal vortice di rabbia, frustrazione e alienazione si può provare a fare qualcosa di buono con la nostra esistenza, anche se tutto sembra perduto, anche se, fino a ieri, ci sentivamo attaccati alla vita come un misero post – it su un muro.
Molto bravi gli interpreti, ho apprezzato soprattutto il, secondo me, sottovalutato Ethan Hawke e Richard Gere, entrambi capaci di presentarci due uomini, due storie, davvero toccanti, con una forza e una vitalità davvero convincenti.
La trama è ben sviluppata, ruota soprattutto intorno alle tre storie dei protagonisti che, come era inevitabile fin dall’inizio, sebbene non si incontrino mai veramente, si toccheranno, ad un certo punto, e lì vedremo in modo chiaro quale sia la sorte cui conduce la disperazione e quale, invece, quella cui conduce la scintilla della redenzione.
Un finale amaro ma anche misurato, per un film che mette tutti i puntini sulle i, lasciando niente al caso e poco all’immaginazione.
Ne consiglio la visione, trovo che sia un ottimo esponente del genere e, in generale, un film con una caratterizzazione dei personaggi davvero convincente e una storia costruita in modo equilibrato proprio intorno a questi ultimi.
Da vedere.

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