Recensione su Bronson

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La violenza come spettacolo di sé, la violenza come ragione di vita. / 9 gennaio 2013 in Bronson

Di grande impatto visivo, esteticamente ineccepibile. Però altra gente ha già narrato la violenza con esiti di tutt’altro livello. Vabbé, registi come Scorsese e Kubrick appartengono ad una categoria superiore e il primo a saperlo è proprio Nicolas Winding Refn. Citazioni e riferimenti ad “Arancia Meccanica” si sprecano: inevitabili e, vorrei aggiungere, dovuti. Ma lo stile del regista c’è e si vede.
Ora, cercare di tessere un discorso sulla violenza che prescinda dal personaggio in questione è compito arduo e non so fino a che punto nelle intenzioni dell’autore. La violenza messa in scena in “Bronson” non segue alcuna logica, per lo spettatore comune risulta incomprensibile ma di sicuro per Charley ha un senso. La violenza non ha un significato o uno scopo universali, il punto non sta nel tentare di capirla. La violenza è connaturata nell’uomo, fa parte della sua essenza più profonda. La società può soffocarla, nasconderla, isolarla, reprimerla, tentare di prevenirla, ma essa continua a sbocciare sempre e ovunque come un frutto avvelenato. L’unico senso che ha e che conta è quello soggettivo, quello attribuito da chi la esercita.
Buona l’interpretazione di Hardy, colonna sonora elettro-classica azzeccatissima. Insomma, un prodotto ben confezionato e un piacere per gli occhi, che non guasta mai.
Passando a Michael Gordon Peterson, in arte Charles Bronson. A me sta molto, molto simpatico e non me la sento di condannarlo senza appello, per quanto debba ammettere che non vorrei mai incrociarlo per strada. Mi pare comprensibile che un soggetto del genere stia in galera (d’altronde ci si trova bene) e mi sento rassicurato da questo. Per di più i suoi quadri meritano attenzione, non sono niente male. Eviterei però di farlo passare per genio, la tentazione dopo aver visto film del tipo è grossa. Per come la vedo io, se non riesci a tenere un attimo ferme le mani e scrivi libri di fitness, proprio un genio non puoi essere. Semplicemente una testa pelata con baffi spessi , muscoli taurini e tanto fegato sprecato. Un ariete che si scaglia contro un muro di cemento per fracassarsi la testa, con l’unico, infantile desiderio di vedere schizzarne fuori il sangue, aspettando che qualcuno corra a spalancare la bocca dallo stupore e a puntargli contro l’indice. Questo è Charley Bronson, secondo me. Nessuna protesta sociale. Solo uno che adora menare e farsi menare, più masochista che sadico, uno che in carcere ha scoperto di saper disegnare.

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