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Bright Star

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Fulgida Stella / 20 Febbraio 2014 in Bright Star

Come una stella che non si limita solinga ad illuminare la notte, ma mossa da una vivace brezza del destino, così Fanny Brawne si insinua nella mente e nel cuore del giovane poeta John Keats, tra i più grandi del Romanticismo inglese.
Mai apprezzato dai suoi contemporanei, Keats trova nella sua ”maliziosa” ( come egli stesso soleva chiamare ) vicina, la fonte d’ispirazione che tanto cercava, a tal punto da sprofondare in un quieto e dolce sogno.
La Campion disegna un eden nel quale i due innamorati sembrano perdersi, e nel quale trovano, malgrado i loro differenti caratteri, un giaciglio in cui riposare, e infine dissolversi.
Tale è la veemenza con la quale i loro animi sono avvinti, che separati sembrano pallidi riverberi del sole.
In questo contrasto di luci e ombre, in cui il silenzio è un leggero sussurrio della ragione, il film lascia allo spettatore l’eco di una gioia momentanea, quella che per Keats, seppur breve, rimane nell’eternità.

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8 Gennaio 2014 in Bright Star

Due cuori si toccano. Due animi s’incontrano. Due giovani si amano. Si amano e si completano vicendevolmente così come fanno due pezzi di puzzle, una volta trovato il compagno, s’incastrano e si uniscono in un’unica immagine. Quest’unione è fatta di amore, poesia, condivisione e dolore, ma indissolubile. Finché Colei che a sé tutto chiama, che tutto vuole e tutto ottiene, decide di portare con sé, nel suo regno di dolore e buio dove anche la notte non è più rischiarata dall’argentea luce delle stelle, il cuore e l’anima di un giovane che non può opporsi alla suo volontà. Ma essa si è sbagliata. Perché non ha fatto i conti con Eros, sempre lì a scagliare le sue potenti frecce su noi piccoli e indifesi esseri umani, che non siamo nulla in confronto alla sua grandezza; tale da sfidare anche la Morte e vincerla.

Londra 1818. Il piccolo villaggio dell’Hampstead, con grandi prati di viole e giacinti attorno alle quali volano farfalle libere e contraddistinte da innumerevoli colori, fa da sfondo alla tenera storia d’amore del poeta John Keats, uno degli autori Romantici più celebrati e Fanny Brawne suo primo e unico vero amore. John Keats è un giovano ventitreenne studente di medicina che non vede nella professione di medico il suo compimento umano, ma che nutre la segreta aspirazione di esprimere il suo mondo dolcemente malinconico tramite la poesia. Ma la vita del poeta è ardua e piena di insidie: senza una lira e osteggiato dalla critica saccente e velenosa che accoglierà malamente la sua prima opera Endimione, egli sarà costretto a vivere di stenti e miseria il ruolo di artista incompreso. Alla morte del fratello Tom, Keats si trasferisce dal suo amico Charles Brown, dove conoscerà l’eccentrica Fanny Brawne. L’incontro con la ragazza, studentessa di moda dall’indole ribelle lo avvicinerà a una creatura a lui diversa, più mondana e prosaica che nondimeno riuscirà a poco a poco a entrare in sintonia col poeta più di chiunque altro. La relazione, un’innocente passione vissuta con un trasporto emotivo che sfiorerà l’ossessione, verrà osteggiata sia dall’amico di Keats, Brown, che vede in Fanny una frivola civettuola ed è geloso del suo rapporto esclusivo con Keats, sia dalla famiglia di lei che non vede di buon occhio che una ragazza benestante si accompagni ad un poeta squattrinato. I due vivranno comunque la loro storia, breve ma intensa, fin quando l’avvento della tubercolosi non costringerà Keats a trasferirsi a Roma, su invito dell’amico Shelley, in cerca di un clima più mite che non lo strapperà comunque al suo destino. Morirà a soli venticinque anni proprio nella città eterna, una lugubre scena della bara che attraversa una piazza di Spagna spettrale, quando ancora il suo nome non era associato a quello di uno dei più grandi poeti romantici.
Bright Star, il cui titolo si rifà ad una delle odi del poeta, è diretto e sceneggiato dalla neozelandese Jane Campion e possiede tutte le qualità per appassionare ed emozionare gli spettatori. Il film si apre con la ripresa di un ago che scorre lungo un tessuto di un colore grigio-azzurro, in quella che è l’unica libertà concessa a Fanny, vittima delle convenzioni della società ottocentesca, che richiama l’ immagine della donna che vive in continua attesa di un buon partito con cui potersi accasare e continuare la sua vita ad accudire i figli e governare una casa. Ed è proprio in base a questo concetto di donna monocromatica che la regista dà vita alla storia dei due amanti. Due mondi apparentemente opposti, lui poeta meditabondo, solitario e malinconico, lei giovane donna briosa e vitale, ancora nel fiore dei suoi anni più belli. Eppure le loro vite si incontrano a metà strada, tra la prosa e la poesia che una volta fuse danno origine a una cosa sola. Con la massima cura per il dettaglio cromatico (le distese di lavanda blu e giacinti violacei) in una natura che sembra racchiudere i protagonisti in una dimensione fatta di luce e colore, di vita e spensieratezza, la Campion riprende i toni elegiaci di un amore dolce, tenero, profondo e casto. L’opera della Campion non è solo un poema o una ballata ma un vero e proprio quadro vivente in cui i colori, i paesaggi, le scene di vita campestre e le varie inquadrature richiamano alla mente la pittura degli impressionisti. Inoltre la regista porta con ambizione sullo schermo la poesia di Keats, il suo romanticismo non fine a se stesso ma etico, il suo amore per il paesaggio, il suo farsi assorbire dalle passioni fino all’estasi, alla negazione di se stessi. La pellicola è ricca di scene suggestive fatte di piccoli gesti, piccole e dolci carezze, profondi sguardi, mani che si intrecciano e candidi e innocenti baci; le passeggiate lungo i viottoli, i rossori di Fanny, la scena in cui, stesi nel letto uno di fronte l’altro realizzano un loro futuro immaginario, lontano dalla realtà che li circonda e che sembra solo volerli separare. La regista infatti sembra voler tutelare i suoi protagonisti, chiuderli dentro una tela, tanto spessa così che possa emarginarli e proteggerli dalla realtà, ma non abbastanza resistenti da impedire alla realtà di penetrarvi.

Con grande maestria ed passione Campion torna sullo schermo a regalarci un ritratto della prosaica Fanny che fu il sogno di John Keats e alla quale dedicò una poesia Bright Star ovvero stella lucente. Un film che con sobrietà ed accuratezza mostra uno spiraglio di luce nei confronti del genio poetico che fu John Keats. Piangerete magari. Io l’ho fatto. Ma lasciatevi rubare solo due orette del vostro tempo, non ve ne pentirete.

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” Una cosa bella è una gioia per sempre” / 13 Settembre 2013 in Bright Star

Ho visto il film pochi giorni fa, in un pomeriggio libero; ciò che mi ha spinta alla visione era quanto trattato, ossia John Keats, che personalmente amo come poeta, nulla di più, dei due attori protagonisti (B. Wishaw, A. Cornish) non avevo visto un granché, così come della regista (J. Campion). Le mie aspettative non erano particolarmente elevate ma, come succede spesso, mi sbagliavo. Ho apprezzato molto il film e, come fanno notare molti, non ho per nulla trovato pesante questa lentezza, anzi, secondo me è segno del buon lavoro della Campion, che si è basata sulle sole lettere inviate da Keats alla sua amata Fanny, in quanto la lentezza è proprio il fattore che permea la storia d’amore tra i due, che oltre ad essere lenta era precaria ed ostacolata da inconvenienti, tra cui debiti, differenza di ceto, la malattia,ed amici egoisti, che preferivano avere in mano una bella poesia piuttosto che la felicità e il benessere di chi gli stava accanto. Keats e la sua “bright star” in realtà sono soli, in un universo da loro creato, e non danno segno di arrendersi alle lamentele, e alle ingiustizie poichè nel loro mondo c’è spazio solo per la tenerezza e il buon cuore. Vorrebbero essere farfalle e vivere anche solo per pochi giorni se questo li potesse rendere liberi ed uniti. A causa degli impegni poetici del giovane la distanza li divide, ma mai nell’anima, dov’è riservato un posto per l’amante in quella di entrambi; inevitabilmente (almeno per quanto riguarda me), lo spettatore prende a cuore le vite dei due, stando dalla loro parte e sperando, con loro, di poter cambiare il destino anche quando è già così trasparente, chiaro ed inconfondibile. A rendere ancora più cristallina e viva questa dolce storia sono i paesaggi, dai colori sgargianti e luminosi che fanno da sfondo alle vicende e che t’infondono un senso di quietezza e pace rari: basti pensare al frammento in cui Keats siede sotto un albero, immerso nel verde, con penna e foglio alla mano e a quanto, in quel momento, gli sia facile esternare i sentimenti e trasformare tutto in una bellissima poesia. Una nota di merito va anche ai due attori, in particolar alla “delicatezza” e bravura di Ben Whishaw, nei panni di Keats…mi ha completamente rapita nella recitazione dell’ “Ode a un usignolo”, la poesia finale nei titoli di coda, che ho voluto ascoltarmi anche in lingua orginale, da lui recitata.
Merita la visione, se siete innamorati e volete bene tanto meglio, vi ritroverete nei personaggi ancora di più!

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chi va piano va sano e lontano / 30 Agosto 2013 in Bright Star

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Ammetto, all’inizio la odiavo, lui no..cioè come si fa ad odiarlo? Sì, è lento, la prima parte non ce la facevo più, con l’amico odioso vestito a quadri (poteva risparmiarselo) e i luuuunghiiiissimi silenzio, però poi boh… Lui va a cena da loro per Natale, accarezza il gatto, si prendono la mano e scoppia, scoppia una bolla d’amore nato così, che sembra per caso..o forse era destino? Buh!
Si scrivono lettere, si baciucchiano…perchè eh sì, non ci sono baci con tanto di rotazione di lingua, ci sono dei piccoli bacetti di una delicatezza e dolcezza infinita *_*
Si prendono per mano, si abbracciano, si guardano negli occhi…in totale silenzio *_* Le parole? Solo quelle che compongono le lettere che si scambiano.
Il modo in cui lui le dona l’anello della madre..come se le avesse dato un fiore, come se fosse normale amministrazione.
Tanto, è tanto l’amore fra i due, così tanto che lei sta male fisicamente quando lui non c’è, lui si agita quando non la vede..e dormono in camere adiacenti e che fanno? Spostano i letti per essere più vicini, toccano la parete con la mano, come a sentire che, dall’altra parte, l’altro fa lo stesso *_*
E poi lui si ammala, va a Roma per cercare qualche beneficio nel clima, ma muore.
La scena in cui le comunicano la notizia è veramente straziante, l’attrice è proprio brava.

Insomma è un po’ come mi è successo per Orgoglio e pregiudizio, quello con la Keyra Knightley, all’inizio Mr Darcy mica mi piaceva, brutto, cupo, immusonito e poi man mano che la storia si svolgeva ho iniziato a trovarlo piacevole fino a quando, con il sole dell’alba alle spalle, dichiara per la seconda volta il suo amore..beh lì l’ho trovato stupendo tant’è che ho stoppato e sono andata all’inizio per vedere se avevano cambiato attore 🙂 Ecco qui, invece, man mano che il film andava avanti mi son ritrovata ad amare il personaggio di lei, che all’inizio odiavo, e ad amare loro come coppia. Sono passata ad essere insofferente per la lentezza a godermela tutta, a crogiolarmi nei loro silenzi. Ecco.

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13 Gennaio 2013 in Bright Star

Gli ultimi anni del poeta John Keats in un affresco romantico e ricco di poesia. Difficile e lento, adatto solo a fanatici del genere e appassionati di letteratura inglese.

19 Dicembre 2012 in Bright Star

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Bucato da me in Australia causa trailer non convincente, raccomandato da mia madre che è una patita di Jane Campion, è la storia, nell’Inghilterra formale e benestante di inizio ‘800, dell’incontro e amore e abbandono tra il poeta romantico John Keats e Fanny, figlia della famiglia che ospita Keats e l’amico Browne. Invertendo la gerarchia il punto di vista, la protagonista della storia, è proprio Fanny, che conosce la coppia di poeti, comincia a farsi dare lezioni di poesia da Keats, se ne innamora, ricambiata. Inizia una fitta corrispondenza nei momenti di lontananza, tra i soggiorni altrove di Keats per curarsi dalla tubercolosi e il fatto che è spiantato in canna e allora non la può sposare. La famiglia di lei, per una buona volta, non si oppone all’amore dei due giovani e li lascia fidanzare, Keats abbandona Fanny per partire a curarsi in Italia, a Roma, dove morirà l’anno seguente. La bravura della Campion nella messa in scena di film in costume ottocentesco è sempre la stessa, nella prima parte perfino a rischio di essere eccessiva, tanto l’ambiente è curato e prende il sopravvento su di una storia i cui inizi sono tiepidi e per certi punti di vista persino ridicoli. Questi due si guardano per mesi senza svelarsi niente, lei è cocciuta, lui è un dandy figo e spiantato, eddaje, ti viene da dirgli. Quando l’amore sboccia, e arde e brucia nel finale, la simpatia (nel senso alla greca U_U) verso i personaggi si è finalmente accesa, l’amore è vero e bello e puro e si svolge sullo sfondo di tutta una serie di rappresentazioni della vita quotidiana che rendono la sensazione di momenti unici e felici tanto quanto normali, quasi un mondo al di sopra delle sofferenze umane, vissuti dagli innamorati nel sole estivo, con i due fratelli e di Fanny la madre. Nel frattempo tanta poesia, una insopportabile tendenza di TUTTI a chiamare in continuazione lui Keats, o signor Keats, migliaia di volte (vedete quante volte l’ho ripetuto pure io, è brain washing) e i dissidi contrasti tra Fanny e l’amico di Keats (ancora!), che lo vorrebbe al riparo dalle distrazioni amorose. Eppure, come testimonia la produzione di K.. del poeta, la sua produzione migliore e che lo rese famoso dopo la morte finì per essere proprio quella composta dopo aver trovato la sua musa, la quale ama e soffre e vive quanto più intensamente possibile nel pensiero dell’amato. Sigh, che storia romantica *_*
Beh, finisce male, lui muore.
Ho letto su Wiki che Oscar Wilde quando fu a Roma andò a prostrarsi davanti alla tomba di Keats. Keats. Keats. Keats.

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1 Giugno 2012 in Bright Star

Ultima parte molto intensa, buone interpretazioni degli attori, ottima confezione, suggestiva, ma gran parte del film è troppo lenta, al limite della noia.

“O ricordo lontano, fragile ultima stella della mia notte atroce, ritornerai mai più?” * / 30 Novembre 2011 in Bright Star

“Bright star” è caratterizzato, ed il titolo pare già una dichiarazione di intenti, da un uso sapientissimo delle trasparenze e della luminosità (e la Campion, sicura, non gioca, non sperimenta, ma va dritta per la sua strada); è questo dominio assoluto della luce (le scene fatte di ombre aspre si ricordano poco, poiché vengono subito scacciate e neutralizzate, nel film e nel ricordo dello spettatore, dalla tenera delicatezza di infinite macchie di colore) a stregare non solo gli occhi ma anche il cuore (perché “Bright star” è, paradossalmente, un film viscerale), attratto da un apparente annullamento del tempo (in una dimensione narrativa spesso quasi fiabesca).
C’è tantissima maestria nel modo in cui il bianco del sole o il velo di una tenda sottile gonfiata dal vento, vengono portati in scena (e molte sequenze, nella loro estatica quasi-immobilità, hanno la grazia luminosa di un quadro impressionista) ed esaltati; non ci mettono niente, loro, a dissolvere il mondo in una chiarezza quasi uniforme: e mentre gli abiti di Fanny (interpretata da una straordinaria Abbie Cornish) vanno scolorendosi (non troveremo più i colori sgargianti dell’inizio), o adattandosi, sempre più, ad una cornice naturale nella quale ella si integra e si perde, i due amanti paiono dissolversi nell’aria (lui, oscuro, nell’ombra, lei in una luce che l’accompagnerà fin quasi alla fine), esangui, entrambi spossati, straziati da una tensione impossibile da sostenere (basta vedere con quanta violenza esplode, infatti, al termine del film).
Fare poesia con le immagini si può (senza perdere poi molto della capacità evocativa che è l’anima più autentica della poesia).

* Cesare Pavese – “Tutto mi è morto intorno”

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Ode to a nightingale / 27 Novembre 2011 in Bright Star

Fotografia affascinante e costumi strepitosi: la ricostruzione scenografica, qui, è impressionante e la scelta delle luci è molto azzeccata.
Banale ma efficace l’uso del ciclo delle stagioni per sottolineare, oltre che una corretta scansione cronologica degli eventi, anche un mutamento negli stati d’animo della protagonista: più romantico, nell’accezione letteraria del termine, di così!

Talvolta, un po’ fuori misura l’interpretazione della pur intensa e credibile Abbie Cornish (vedi, la prima chiacchierata tra lei e Keats e l’arrivo notizia della morte del poeta): certe sue espressioni e la sua gestualità, nel mio immaginario, non sembrano appartenere ad una ragazza dei primi anni del XIX secolo.

Riflessione poco più che personale di una signorina che, in molti casi, agogna l’happy end anche quando la Storia rema oggettivamente contro: non conoscendo a menadito usi e costumi sociali dell’epoca, non mi è totalmente chiaro perché Keats sia dovuto partire comunque per l’Italia, pur “sapendo” che non sarebbe sopravvissuto al viaggio: “I miei amici hanno pagato per me”. Forse, non desiderava morire sotto gli occhi dell’amata? O sono state davvero le convenzioni a “costringerlo”, infine?

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Un’altra poesia / 4 Settembre 2011 in Bright Star

Ritengo che la Campion abbia decisamente fatto di meglio in passato, ma ci sono alcune inquadrature che mostrano la grandezza e la sensibilità filmica di questa regista australiana. Valga tra tutte: Fanny sul letto davanti alla finestra quando entra una folata di vento… solo un animo vibrante che abita un corpo vibrante e possiede un immaginario vibrante può saper esprimere così bene quella sottile e insieme sconvolgente sensazione, (forse) tutta femminile.

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non sarò oggettiva / 17 Maggio 2011 in Bright Star

La Campion sembra assumere il ruolo del fratello di Fanny, muto e sempre al fianco della giovane.
Rigoroso, meticoloso nella cura dei dettagli è estetizzante e pieno di fascino, astratto e concretissimo: c’è una passione vibrante, la macchina da presa non vi interviene mai, mai si distacca dal rappresentare quadri che cristallizzano cosa accade. Ecco allora gli alberi e i fiori, i prati e gli interni che prorompono sullo schermo e che si coniugano ai personaggi quasi indissolubilmente, ecco i silenzi.
Per questa volta il maschile ha un suo pieno ruolo, non c’è solo Keats il suo amore e la sua poesia, ma l’amicizia cameratesca di Brown, un misto di possesso, gelosia, mecenatismo e misoginia, ci sono i circoli poetici tutti virati al maschile.
Eppure è Fanny che è il perno della vicenda, che sfida i rituali del tempo(c’è una siderale distanza sociale fra i due), che ama ed è riamata con tutto il suo egocentrismo e la sua frivolezza.
C’è l’inquadratura di Fanny sul letto che guarda la finestra in cui si rivela l’innamoramento: è una inquadratura a la Hopper, lo sguardo perduto su ciò che c’è fuori, mentre la tenda si gonfia, che è uno sguardo su ciò che c’è dentro.

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