Recensione su Breve incontro

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Un Lean sottile, leggiadro, memorabile / 15 Giugno 2016 in Breve incontro

Quarto lungometraggio di David Lean – l’ultimo in collaborazione con il commediografo, attore e regista inglese Noel Coward, che lo aveva lanciato dopo una gavetta da montatore – Breve incontro è il film che sancisce definitivamente l’affermazione di Lean nel panorama cinematografico britannico. L’importanza di questa pellicola per il cinema inglese del secondo dopoguerra è fondamentale e pressoché assimilabile a quella che ebbero in Italia i primi film del neorealismo.
Una storia d’amore tra adulti delicata e pudica, fortemente british, incastonata in una suggestiva struttura circolare (la scena finale era già stata proposta all’inizio, dando il pretesto per un flashback – tanto cari a Lean – con narrazione fuori campo della donna).
Una storia d’amore incompiuta e disperata, forse proprio per questo perfetta nella sua drammaticità.
L’ottima interpretazione dei due attori protagonisti e il Concerto per pianoforte n. 2 di Rachmaninoff, proposto con encomiabile insistenza, fanno il resto.
Insieme a Roma città aperta, fu uno degli undici film premiati con il Grand Prix (quando ancora non esisteva la Palma d’Oro) alla prima edizione del Festival di Cannes del 1946, dopo che quella del 1939 era stata sospesa per l’inizio della seconda guerra mondiale.
È il film che Lean ritiene il “più vicino alla [propria] sensibilità”, nonché quello che molti giudicano come il suo lungometraggio più memorabile, sebbene meno popolare di altri.
A vent’anni da Brief Encounter, il regista inglese tornerà a trattare il tema dell’amore extraconiugale tra un medico e una donna sposata ne Il dottor Zivago.

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