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Recensione su Il ponte delle spie

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Siamo muri / 26 gennaio 2016 in Il ponte delle spie

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

A New York e a fine ’50… stavano per arrivare i Beatles! Not yet, c’è la guerra fredda, e una spia dall’aria di innocuo medioman, name’s Rudolf, che nel tempo libero dipinge male e si soffia il naso, la quale viene catturata e deve essere processata di facciata regolarmente perché questo è un grande paese (cit). Viene scelto Tom Hanks, vabbè, James, avvocato rampante ma più assicurante che non spiante. Lui si arrocca sul principio e, contro non solo i media e il giudice ma persino moglie e figli, fa il possibile per difendere il suo uomo. Al quale ogni volta che si chiede se ha paura risponde “Would it help?”, è veramente una sagola, e uno che fa bene il suo mestiere da buon medioman. Riesce a non farlo scannare. Nel frattempo, 5 o 6 bietoloni vengono mandati a pilotare aerei a 70000 piedi per scattare foto dell’URSS, che in caso di nuclearguerra non si sa mai – era un po’ il leit motiv. Sarete così in alto che nemmeno vi vedranno, gli dicono. Bam, al primo giro uno viene subito abbattuto e catturato. James è incaricato dalla CIA, però senza dire che è per la CIA, di trattare per lo scambio di prigionieri. Va a Berlino West, poi Est, poi West, sembra un ca**o di pendolare, tra intrighi diplomatico-politici e furti del giubbotto. Alla fine ottiene il pilota in cambio di Rudolf, più anche un pischello studente americano pizzicato perché dumb. Non si capisce come possano i russi accettare il 2 in cambio di 1 ma tant’è. Notevole il trasporto con cui lo stile di Spielberg gonfia una storia per larga parte di legulei, con rivoli diversi che sfociano insieme nel finale spionistico tout court; pure James è un eccezionale medioman, un avvocato pure troppo giusto – per essere avvocato, no? Il film intero è la celebrazione, di un’epoca storica che ha segnato la storia ameriacana e dei medioman, uomini normali che fanno il loro dovere perché è giusto per il paese, James e Rudolf parlano lo stesso linguaggio; nel finale il medioman può tornare raffreddato e vincitore alla sua villetta azzurro puffo, dove sta la sua moglie azzurro puffo, la quale insieme ai media potrà riconoscere che lui è kind of a hero. Spielberg intanto ci butta musiche melodrammatiche così spielberghiane, con tamburi di guerra anche se è fredda, non ci sono bambini o cavalli protagonisti. Spinge (Spingeberg!), ma senza esagerare sull’acceleratore dei sentimenti, con la scena parallela di James sul treno e i fuggitivi che vengono mitragliati mentre cercano di scavalcare il muro a Berlino, mentre i giuovani americani liberi e felici scavalcano muri per gioco a Brooklyn. Ottiene e cammina su di un equilibrio che è lo stesso appesi a cui in quegli anni USA e URSS si divertivano un sacco, convinti di stare per accendere il mondo. Anche se poi comunque 2 a 1 eh.

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