Recensione su La moglie di Frankenstein

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Raro caso di sequel migliore dell’originale / 18 agosto 2015 in La moglie di Frankenstein

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Capolavoro degli anni trenta e raro caso di sequel superiore all’originale. In una villa sul lago di Ginevra la scrittrice Mary Shelley (Elsa Lanchester) narra al marito Percy (Douglas Walton) e al poeta Byron (Gavin Gordon) il continuo della vicenda raccontata nel film di quattro anni prima Frankenstein. Sfuggito all’incendio del mulino a vento dove si era rifugiato nel finale della pellicola precedente, la creatura di Frankenstein (Boris Karloff) inizia a vagabondare nei boschi. Dopo varie peripezie, provata sulla propria pelle il terrore e la diffidenza che suscita nelle persone per colpa del suo aspetto mostruoso (ad esempio, dopo aver salvato una pastorella caduta in uno stagno, questa inizia comunque a urlargli contro aizzandogli dei cacciatori di passaggio), giunge nella casa di un vecchio e solitario cieco, attirato dalla musica del violino che sta suonando. Questi, per nulla spaventato dall’aspetto della creatura poiché non può vederlo, lo invita a entrare, lo cura dalle ferite, gli offre del cibo e gli insegna anche a pronunciare qualche parola. La creatura, che mai prima di allora aveva conosciuto il calore umano, si sente per la prima volta amato e accettato. L’arrivo dei due cacciatori rovina però l’idillio. Questi alla vista del mostro ingaggiano con lui una lotta che porta all’incendio della capanna e all’ennesima fuga dell’infelice. Nel frattempo il barone Frankenstein (Colin Clive), deciso ad abbandonare definitivamente i propri esperimenti e vivere felice con Elizabeth (Valerie Hobson, che sostituisce la Mae Clarke del precedente film), riceve la visita notturna di un proprio vecchio insegnante, il dottor Pretorius (Ernest Thesiger). Questi è intenzionato a persuadere l’ex allievo a riprendere insieme con lui le ricerche sul come vincere la morte e creare una nuova razza di creature artificiali (a questo scopo gli mostra anche il risultato dei propri esperimenti, piccole creaturine in miniatura, vive e tenute sotto vetro). Frankenstein rifiuta, Pretorius ha un incontro con la creatura e la istiga a rapire Elizabeth e usarla per ricattare il barone e convincerlo a creare una compagna al mostro. I due scienziati, sotto gli occhi dell’impaziente creatura, costruiscono così un essere di sesso femminile (interpretata anche lei da Elsa Lanchester). Quando le è instillata la vita, questa urla inorridita alla vista del mostro che, sentendosi rifiutato anche da una creatura a lui simile, scatena la sua irrefrenabile ira che porta all’incendio del laboratorio, da cui solo il barone ed Elizabeth riusciranno a salvarsi. Dopo il successo del Frankenstein del 1931, la Universal richiamò un recalcitrante James Whale per dirigerne il seguito. A convincere il regista, il budget maggiore rispetto al film precedente e la possibilità di avere maggior libertà espressiva. Il risultato fu un film ricco di dettagli, ironia e sfaccettature, con scenografie espressionistiche più curate ed effetti speciali davvero strabilianti per l’epoca, che ne fecero uno dei migliori film in assoluto della Universal. Non si può parlare di un vero e proprio sequel, ma di un completamento del film precedente con l’aggiunta di eventi del romanzo di Mary Shelley che ne erano rimasti fuori ad altri originali, completamente inventati da Whale. Dal romanzo arrivano infatti l’accentuazione della condizione di disperata emarginazione e solitudine del mostro, particolare molto sentito dal regista (omossessuale in un’epoca dove di ciò non si poteva parlarne apertamente), gli episodi della pastorella e del cieco e, soprattutto, la figura della “moglie” del mostro, anche se in realtà nel romanzo se ne parlerà per diversi capitoli ma che il barone Frankenstein non arriverà mai a creare realmente, nonostante la minaccia del mostro di uccidere Elizabeth. Proprio la bellissima creatura, divenuta un icona pop con i suoi capelli a “turbante” e le mèches a forma di fulmine, fu una delle invenzioni più azzeccate, insieme alla figura di Pretorius, in un ruolo di novello Faust tentatore, e dei suoi omuncoli in miniatura. La scena con questi piccoli esseri fu una delle più impegnative da girare e risulta stupendamente efficace ancora oggi, soprattutto se si pensa al fatto che nell’economia della storia non sembra essere di nessuna utilità se non quella di confermare la spiccata vena ironica e iconoclastica del regista (cosa che in futuro gli costò l’emarginazione dalla Hollywood che contava). Rispetto al romanzo è anche ristabilita la cornice della storia, non rappresentato, come nello scritto, dal racconto di una spettatore della vicenda (il capitano Walton), ma da quello della stessa autrice Mary Shelley. La serie di film sulla creatura di Frankenstein continuerà con Il figlio di Frankenstein (1939), Il terrore di Frankenstein (1942) , Frankenstein contro l’uomo lupo (1943), Al di la del mistero (1944) e La casa degli orrori (1945), ma senza più nessuna relazione con il romanzo della Shelley.

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