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Recensione su Breakfast on Pluto

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24 aprile 2011

Per questa volta è il transessuale ad essere il protagonista, non evocato, non oggetto del desiderio di altri, ma lui/lei soggetto che desidera e l’irlanda e il terrorismo restano sullo sfondo, quasi come una identità storico/culturale.
Breakfast on Pluto è una storia trasognata di un candido, un puro, un incorrotto chiuso nel trauma dell’abbandono materno, che attraversa la vita del suo paese senza farsene toccare. Bambino adottatto, figlio di un prete, identità sbagliata nel corpo maschile, il protagonista ha la magia propria delle persone che vivono nonostante tutto e che resistono. Un vitalismo che il cinema sembra trovare solo nella figura del transessuale, forse perchè l’unico obbligato a non potersi trincerare dietro censure e bugie, almeno non fino all’ultimo.
Jordan attraversa la gran bretagna degli anni settanta i suoi colori e la sua musica, ma soprattutto le sue possibilità. Come non pensare che tutti gli incontri che Patrick/gattina fa siano quasi impossibili al giorno d’oggi? Tra maghi svagati, pupazzi animati, band pellerossa, centauri saggi e trasognati, violenti clienti di strada (un cameo di Brian Ferry), quel che ci accompagna nel viaggio di Patrick è appunto il salto nel possibile, così che la sua ricerca materna e la scoperta del padre, fino alla costituzione di una alternativa e resistentissima famiglia sono sì improbabili, ma sicuramente possibili. L’Ira rimane sullo sfondo, una questione data per scontata, ma centrale solo per personaggi marginali, loro sì che sembrano giocare infantilmente con il sangue e le bombe, mentre Patrick rinnega totalmente ogni violenza, senza che questa lo sfiori, anche se lo colpisce.
Bellissimo il rapporto fra Patrick e gli agenti inglesi che lo arrestano perchè sospettato di terrorismo, questi ultimi conquistati dal suo candore irremovibile, anche all’interno di 7 giorni di interrogatorio e pestaggio, un rapporto che si salda a forza di pugni, mentre il nemico pian piano diventa quello che è, una persona.
Quello che colpisce nel film è la personalità del protagonista, che mai rinuncia a essere e vivere differentemente da quel che sente (e non è ostentazione, è vivere) e la rappresentazione del diverso come nemico e della violenza che nasce da questa saldatura, indifferentemente dal fatto che sia un problema di nazionalismi o di intolleranza per la devianza dalla norma.
Semmai il film organizzato per capitoli a tratti mostra la corda e perde ritmo, il racconto si sfilaccia.

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