Recensione su Boyhood

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2 novembre 2014

La verità ha mille facce, ma mai altrettante maschere. Così BoyHood si presenta agli occhi, e al cuore dello spettatore. Come racconto di una semplice e nuda verità, che in altre rappresentazioni scade in una banale ostentazione del sogno americano, sempre più impostato verso un tipo di archetipo ormai troppo vicino all’immaginario comune. Oltre i suoi schemi, oltre il suo schermo ( come descrive anche il protagonista ) non vi è che un sentiero già esplorato da numerose vite, e da tappe, che una volta raggiunte, non portano che a un senso di vano smarrimento.
La verità qui non si nasconde, ricalca a pieno l’immagine dei suoi personaggi, delineandoli in base ad un vissuto, e ad esperienze corrose dal lento incedere del tempo, e da una vita sempre più avara di emozioni.
Come radice essenziale dove si ramificano poi radici secondarie, così la storia progredisce, costruendo vari intrecci, varie vicissitudini, che non seguono un mutuo accordo con il destino. E ci si ritrova davanti ad una realtà, che pur chiedendoti di essere vissuta, ti lascia i suoi debiti, e tu non puoi che pagarli.
La narrazione è lenta, ma scorrevole, dandoti il tempo di assimilarla, e anche di contemplarla.
I rimandi ad un tipo di cultura eradicata nell’anima e nello scheletro di una nazione sono forti, ma esposti quasi a mo’ di denuncia, o critica silenziosa, che non ama proclami di altro genere, e che non si serve di logorroici monologhi, che hanno solo lo scopo di incantare per la loro natura anticonformista.
Un film i cui gli attimi son figli del tempo che ci ha donato.

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