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Il diavolo, probabilmente / 19 marzo 2014 in Borgman

“Nella camera da letto, l’ospite non era più solo: nella seconda poltrona stava seduto quel tipo che gli era parso di intravedere in anticamera. Adesso lo si vedeva distintamente: baffi a penna, un vetro degli occhiali luccicava, l’altro non c’era. Ma scoprì cose anche peggiori: sul pouf della gioielliera stava sdraiato in una posa disinvolta un terzo essere, e precisamente un gatto nero di dimensioni paurose, con un bicchierino di vodka in una zampa, e, nell’altra, una forchetta, su cui aveva già infilato un fungo marinato. La luce già debole della camera da letto si offuscò ancora di più «Ah, è così che si impazzisce…», pensò, e si afferrò allo stipite della porta.” M.A.B.

Quanto tempo è necessario perché una normale famigliola benestante ceda alle lusinghe del male? qualche ora? qualche giorno? una settimana? In fondo è solo questione di tempo, il risultato è scontato.
Il male in questo caso ha le fattezze di Camiel, un ometto cencioso, magro magro, con i lunghi capelli arruffati e con una bella barbetta che si liscia in continuazione. Nei periodi di “inattività” rimane in stato letargico in una tana scavata nel bosco. Ha un team di collaboratori: due uomini e due donne. Affidabili, efficienti, incorruttibili. Insomma, una vera squadra, che si libera, senza nessuna difficoltà alcuna, di ogni ostacolo che le si presenta davanti. Obiettivo finale: impadronirsi di anime innocenti.
La famigliola che Camiel ha preso di mira non si presenta male: il marito arrivista e violento, la moglie artista e scontenta, tre bimbi biondi. Con bella baby sitter al seguito. Potrebbe sembrare una trama alla Teorema di Pasolini, ma qui il sesso viene evitato come la peste e, dopo un po’, tutto prende una piega grottesca, lieve, spesso divertente ma in definitiva un po’ scontata e superficiale.
Scena clou: Camiel, dopo aver finito di realizzare il giardino più triste che sia mai visto, organizza per i suoi “datori di lavoro” uno spettacolino paradossale: alla fievole luce di un riflettore i suoi collaboratori danzano, anzi si contorcono, in modo che definire sgraziato è riduttivo. Dopo qualche interminabile minuto di questa coreografia, la più giovane del gruppo si tira dietro due cartelli con sopra scritto: “Io sono, noi siamo”. Manca il terzo cartello, ovviamente. L’ennesima presa per i fondelli del regista agli spettatori tutti.
qui la “colonna sonora”.

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