Recensione su Blue Jasmine

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L’Allen adulto / 19 Dicembre 2013 in Blue Jasmine

Una donna, ricca da parte di marito, perde ogni nobiltà materiale per sopraggiunta disgrazia legale e, priva di qualsiasi ancora di salvataggio, si ritrova in una tormentata deriva, tenuta a galla da una sorella che disprezza e non conosce, ma di cui necessita l’aiuto.
L’esperto dell’umano soffrire Woody Allen si cimenta in una storia tessuta con trame ben conosciute dal regista, riprendendo una chiave di lettura che rimanda ai passati “Manhattan” e “Io ed Annie”, forte di una vecchiaia che gli ha portato maggior tecnica, maggior sapienza dei generi ed estrema versatilità narrativa, oltre ad una capacità di indagine che spazia maggiormente, spostando spesso l’obbiettivo dal protagonista al suo intorno, cosa pressoché inesistente nei suoi vecchi baluardi, dove il protagonista e la sua “psicopatologia della vita” invadevano prepotentemente la scena, occupandola totalmente.
Blu Jasmine è un film sapiente e sfaccettato, dove il metodo narrativo, creato e concretizzato da uno stupendo montaggio, assume caratteri quasi da thriller, facendo acquistare maggior valenza ad uno dei suoi film più curiosi: “Match point”.
Una monumentale Cate Blanchett da’ vita ad un personaggio smarrito, con l’ostinato vizio del non voler guardare, preferendo il fragile adagio dello status quo alla più solida e scomoda presa di coscienza, in un passaggio che sa più di psicologia infantile pregressa che di conscia furbizia. I risvolti sono architettati dal grande regista e sceneggiatore in modo tale da creare un climax che sa di mescolanza di generi, generando un castello di carte imponente ed elaborato. Il finale è poetica alleniana squisitamente pessimistica.

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