Recensione su Blade Runner

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24 maggio 2015

Cos’è Blade Runner? Un film memorabile, certo. Un punto fermo nella storia della cinematografia di fantascienza. Un film molto bello. Ma è anche un capolavoro, come molti pensano? No. Blade Runner non è un capolavoro proprio perché il regista ha scelto di farne un «bel film». Mi spiego: guardate per esempio i giochi di luce che animano gli interni, come nella sala della Tyrell Corporation o nel palazzo dove abita J.F. Sebastian. Effetti splendidi, sì – ma che nulla o ben poco hanno a che vedere con la trama. Come le decorazioni (ispirate a Frank Lloyd Wright) della casa di Deckard. Ridley Scott vuole chiaramente colpire lo spettatore, strappare la sua ammirazione, produrre un’esperienza estetica, che però è fine a se stessa, non nasce dalla trama o dal ritratto dei personaggi. Questo sforzo calcolato ha un nome: Kitsch. Blade Runner è spesso – molto, troppo spesso – un film eminentemente kitsch. E il Kitsch di Blade Runner tocca il suo culmine proprio nella scena da tutti più ammirata: il monologo finale di Roy Batty («Ho visto cose che voi umani…»). Kitsch totale, conclamato – Tannhäuser, Orione, i raggi B! – che rende la visione quasi intollerabile, con lo spettatore soverchiato da un prepotente sentimento di Fremdschämen (qui una parte della responsabilità va a Rutger Hauer, che ha suggerito al regista alcune delle battute e l’idea atroce della colomba – ma ovviamente Scott ha approvato il tutto). Lo sforzo di produrre un’impressione «artistica» fa pagare al film una penalità: guardate per esempio le scene di massa in strada, con tutti quei particolari – i costumi, gli ombrelli, le insegne, le lingue incomprensibili – accuratamente disegnati per titillare lo spettatore, e ditemi se c’è un solo attimo che appaia anche lontanamente realistico.

Sono troppo snob? Non credo: ho dato in fondo un voto di 8 stelle. Sto al gioco del regista: mi lascio impressionare. Il film, ripeto, è memorabile, e se si è inciso così a fondo nella mia memoria vuol dire che non è certo un brutto film. Ma non è un capolavoro (a differenza di Alien, per esempio).

Non è neanche un film dickiano. Il libro da cui è tratto, Do Androids Dream of Electric Sheep?, viene seguito molto parzialmente. Blade Runner è un noir, e gli autentici temi dickiani – primo fra tutti il dubbio sulla natura della realtà – compaiono sporadicamente. Ad oggi, il film che più di tutti ha colto la vera poetica di Dick, anche in certi suoi aspetti grotteschi, rimane Total Recall (Atto di forza).

C’è qualche momento sincero in Blade Runner? Almeno uno sì: la storia di Rachel. La bellezza ultraumana di Sean Young, la sua recitazione leggermente monocorde, l’espressione impassibile che a un tratto si scioglie nell’abbraccio di Deckard sono tutti elementi funzionali alla storia della replicante che scopre l’emozione dell’amore. Forse non è un caso che questo sia anche il punto del film in cui il tema dickiano della realtà frutto di un inganno è più presente.

Che altro? Non sono del tutto convinto della prestazione di Harrison Ford, che mi è sempre sembrato attore più congeniale alla commedia. Ogni tanto sembra sfuggirgli qualche espressione vagamente comica. Il Final Cut del 2007 non cambia molto: bene per il finale più ambiguo, bene e male per l’esclusione dei commenti voiceover di Ford: qualcuno era effettivamente superfluo o aggiungeva ulteriore imbarazzo (nella scena della morte di Ray Batty – «da dove vengo, dove vado?»), ma si perde un poco l’atmosfera del noir. Bene per il tour de force di effetti speciali che ha permesso di restituire a Zhora il volto di Joanna Cassidy nella scena dell’inseguimento; male, infine, per il sogno dell’unicorno, che vuole suggerire che anche Deckard sia un androide: un elemento slegato dal resto della trama, l’ennesima trovata fine a se stessa.

3 commenti

  1. hartman / 24 maggio 2015

    Non sono d’accordissimo con quello che hai scritto ma la tua recensione è davvero ben scritta e motivata, su tutti i punti.

  2. Achero / 24 maggio 2015

    Grazie! Però vedo che siamo almeno d’accordo nel giudicare negativamente la trovata del Deckard replicante…
    Se non ce l’hai, ti consiglio di procurarti l’edizione in 5 DVD, con una marea di materiali e contenuti supplementari (in parte anche ridondanti), che illuminano praticamente ogni aspetto del film e della sua creazione.

  3. paolodelventosoest / 25 maggio 2015

    1. C’è un fascino segreto nel kitsch che forse solo il cinema è in grado di riabilitare.
    2. C’è kitsch e kitsch. Blade Runner ad esempio non trovo affatto sia kitsch. Semmai punk-barock, post-rococò, o simpatiche definizioni del genere.
    3. Come ogni opera poetica, se arriva al cuore lo fa attraverso sentieri misteriosi e personali, si districa in giungle di sentimenti ricordi e sensazioni. Quando tutto questo si sposa con una sapienza registica che francamente trovo fuori discussione, beh ecco che piove sui neon di Los Angeles, sul cuore dello spettatore innamorato e sugli occhiali del critico feroce.

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