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Recensione su Blade Runner

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3 giugno 2014

Senza ombra di dubbio, Blade Runner è uno dei più grandi lavori del cinema di fantascienza. Non il più grande, perché “2001” non lo spodesta nessuno, ma sicuramente può essere inserito tra i primi 5 di sempre.
La Los Angeles di un futuro ormai a noi molto vicino (2019) è tetra e cupa, in parte gotica, sempre avvolta da una incessante e fitta pioggia.
È tecnologica e spettrale.
È ormai colonizzata dagli asiatici, che pullulano nei bassifondi.
È una Los Angeles del futuro che in realtà fu ispirata dalla Hong Kong dei primi anni ‘80.
La scenografia degli esterni è meravigliosa, quella degli interni non sempre (a parte la casa di J.F. e i locali della Tyrell).
((A proposito degli interni, un piccolo curioso inciso. Trovo divertente (e mi incuriosisce notarlo nei film di fantascienza) come spesso si immaginino futuri mirabolanti, con auto che volano e colonie in altri mondi, ma non si riesca ad andare oltre con riferimento ai piccoli oggetti del quotidiano: per dirne una, possibile che non si sia pensato al fatto che i ventilatori (presenti ovunque nella prima parte) sarebbero stati di lì a poco sostituiti da elettrodomestici capaci di espellere aria fresca?))
E poi c’è la storia, tratta da un libro del grande Philip K. Dick (“Il cacciatore di androidi” alias “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”), che è in fondo la vera protagonista, con i suoi interrogativi e le possibili molte interpretazioni che lascia allo spettatore.
Quello del rapporto uomo-macchina è un tema ricorrente nella fantascienza dell’età classica, quella degli Asimov, dei Clarke e dei Philip Dick, per l’appunto.
In Blade Runner (un titolo preso a prestito da un libro che non c’entra nulla), volendo scavare, uno può trovarci tutta la filosofia che vuole. Ed è giusto che ognuno ci trovi la propria, come succede soltanto per i grandi film: i temi dell’immortalità (a cui aspirano gli uomini, ma anche i replicanti), del perdono, della violenza, del parricidio (tema classico della letteratura, trasposto nella fantascienza in connotazione virtuale).
Blade Runner è un crescendo, un climax fenomenale: una partenza pacata, un finale bellissimo, almeno fino al celeberrimo monologo di Rutger Hauer / Roy Batty. Poche battute entrate nell’immaginario collettivo e generatrici di un modo di dire fin troppo abusato nel linguaggio televisivo, giornalistico e non solo. Un grande momento di cinema per il quale fatico a credere, come sostenuto da alcuni, che si tratti di un’improvvisazione dello stesso Hauer (più probabile, come ritengono le tesi maggiormente accreditate, che l’attore abbia solo modificato o aggiunto qualche parola).
E poi c’è il finale vero e proprio, quello che varia in base alla versione che si guarda: quella del 1982 oppure la Director’s Cut (che ha lo stesso epilogo della Final Cut).
È proprio questa diversità notevole tra le versioni che non mi consente di dare un giudizio ancora più positivo sulla pellicola. A parte la scelta della voce narrante (assente nel Director’s Cut, e che può piacere o meno – io personalmente preferisco senza), lasciar intendere che Deckard sia egli stesso un replicante (circostanza suggellata, peraltro, dalla freddezza di un grande Harrison Ford) stravolge tutto, portando a dei paradossi in parte non accettabili:
si svuota di contenuto il tema dello scontro uomo-macchina;
si attenua l’angoscia dell’inseguimento finale;
lo stesso monologo di Hauer diventa paradossale (quel “voi umani” che in realtà nell’originale è un “you people” che non sarebbe così scontatamente traducibile).
Il monologo, nonché e soprattutto il salvataggio di Deckard da parte di Roy, avrebbero un significato soltanto qualora il secondo non sapesse della natura del primo (cosa di cui non si è più così certi e che viene smentita infatti in certe interpretazioni); ma in ogni caso sarebbe un significato soltanto di facciata, non ontologico.
Francamente trovo comunque migliore la versione Director’s Cut, nonostante e forse proprio per questi ulteriori significati angosciosi e paradossali che porta con se (nonostante, ripeto, siano ontologicamente inaccettabili). Il finale del ’82, pur essendo più lineare, stona per il suo buonismo (un digestivo fornito dai produttori al pubblico, contro il volere di Scott).
Ma del resto proprio in ciò sta la grandezza di questo film: la capacità di far discutere, di inquietare lo spettatore, lasciandolo senza alcuna risposta certa.

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