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Recensione su Il cigno nero

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La morte del cigno e la nascita di una grande attrice / 23 aprile 2011 in Il cigno nero

Di solito si comincia criticando gli Academy Awards…e invece, anche se devo vedere molti dei candidati agli Oscar da poco proclamati, penso che stavolta ci abbiano azzeccato: Black Swan è un buon film ma non da Oscar, però è difficile immaginare una performance attoriale superiore a quella di Natalie Portman.

La ragazza ha mantenuto la deliziosa freschezza di quando interpretava l’adolescente a fianco di Leon, ma nel frattempo è cresciuta enormemente come attrice evitando di restare relegata al ruolo perenne di bambolina come invece pare stia succedendo a Scarlett Johansson, tanto per dirne una.
Lo dimostra in questo ruolo “forte” dove è in scena praticamente per tutte le oltre due ore del film, con una presenza scenica da grande attrice, forte e delicata.

Il film è ascrivibile al genere “maledizione dell’arte (o dello spettacolo)” anche se in questo caso si tratta di danza classica e, a differenza di altre opere del genere, la discesa agli inferi non è mediata dall’abuso di alcool o psicofarmaci. Vi concorrono invece, in misura maggiore o minore secondo i punti di vista, tre fattori: la maniacale ambizione al perfezionsmo, una tendenza già connaturata al personaggio verso l’autolesionismo, l’influenza ossessiva della madre e del “maestro” coreografo (molto ben interpretati da Barbara Hershey e da Vincent Cassel che finalmente si è liberato anche in USA dell’etichetta di “il marito di…”).

Il film, pur avvelendosi della raffinata fotografia di Matthew Libatique, non è all’altezza della sua protagonista soprattutto perché Aronofsky, come in altre opere precedenti, non sa dosare il registro del “troppo forte” inserendo scene al limite del grand guignol, che ci possono anche stare, ma esagerando fino ad abusarne. Donde una sensazione di sovraccarico su un tema, già di per sé colmo di pathos, che avrebbe tratto giovamento da qualche intervallo di delicatezza o quanto meno di sospensione.

Resta comunque un buon film con molte frecce al suo arco e pochi difetti, che trova il suo simbolico centro di gravità nel dualismo cigno bianco/cigno nero; una dicotomia che, allorquando la protagonista si dimostra incapace di conciliare all’interno della propria essenza, fisica e psichica, ne determina la lacerazione fatale.

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