Recensione su Fino alla fine del mondo

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7.5 / 23 Aprile 2012 in Fino alla fine del mondo

Penso che sia il film di Wenders – tra quelli che ho visto – più difficilmente riconducibile ad una categoria definita.
Non è di sicuro il suo capolavoro, visto che “Il cielo sopra Berlino” rimane una dichiarazione di poesia e filosofia insuperabile, ma il tema del viaggio e del destino che riunisce i due protagonisti, nella prima parte del film, viene trattato in maniera molto elegante. Da Parigi, a Berlino, a Lisbona, fino a Tokyo ed in America, Sam e Claire si cercano, si trovano, sono intimamente collegati.
Questo primo tempo è sicuramente più interessante del secondo, che prende una svolta un pò inattesa. Il cardine della narrazione si sposta sul tema nietzschiano del “superuomo”, che in questo caso esalta se stesso attraverso la capacità di tradurre in visioni i sogni.
Quest’idea è stimolante, soprattutto perchè svolta attraverso la contrapposizione tra visione e ricordo e quindi, tra ciò che si vede e ciò che la mente filtra, anche se William Hurt non mi è sembrato particolarmente in linea con il personaggio. L’ho trovato un pò troppo evanescente e inconcludente.
Inoltre, l’idea dell’assuefazione alle visoni dell’inconscio, che si concretizza in Claire, mi è sembrata piuttosto simbolica e la resa in alta definizione ha contribuito anche visivamente ad aumentare l’effetto di attrazione morbosa che Il personaggio esprime.
La tecnologia che Wenders si è inventato (il videofono e il visore, gli occhiali per la registrazione dell’immagine ed il software per l’estrazione del ricordo) esprime molto chiaramente il suo interesse per la dicotomia visione-ricordo e, per tanti versi supera le innovazioni tecnologiche che oggi come oggi si vedono in molti film di fantascienza, sembrando quasi accessibile.

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