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Recensione su Big Fish - Le storie di una vita incredibile

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8 febbraio 2013

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Era il 2005, quando il Pornomane fece una tesi di laurea triennale su Timoteo Burton e in particolare Big Fish. Io ero veramente loser, perché era l’unico film del suddetto che ancora mi mancava. E gli dissi che non appena lo avessi visto avrei chiesto la sua tesi da leggere. Ci ho messo soltanto 8 anni, e ciò è sufficiente a farmi sentire una persona abbastanza affidabile.
Grazie a una retrospettiva su Timoteo, ho ulteriormente allargato il portafoglio dei miei abbonamenti ai cinema di Torino centro. Whatevva. Big Fish è la storia, in retrospettiva a da parte di narratori, che sono al contempo i protagonisti, della vita di Edward Bloom. E non mi sembra casuale né il nome Edward né il nome Bloom, però non ho voglia di spiegare perché (aka ci arrivate da soli). La storia è la storia del figlio di Edward, che accorre al suo cappezzale quando un cancro sta per ucciderlo, insieme a Marion-gnocchissimamoglie Cotillard. Come non innamorarsi della Cotillard, del resto? Accorre, dopo non aver parlato col padre per tre anni, un padre-menestrello di se stesso logorroico e ingombrante, in tutti i sensi. Il difficile, per il figlio, sta proprio nel cercare di sbrogliare la matassa tra fantasia-magia e realtà. Ogni episodio del viaggio nella vita di Eddie Bloom sembra potersi proporre sotto una doppia lettura. Un viaggio extra-ordinario sullo sfondo dell’America piccolo provinciale, con la partenza dal paesino, l’innamoramento della donna della sua vita, un amico gigante, il lavoro nel circo al servizio di Danny deVito/warewolf, la guerra in Korea, una misteriosa doppia esistenza, perché una sembrava non potesse bastargli. Il racconto, il viaggio e la crescita, tutto insieme arriva a formare una vera e propria mitologia famigliare, con rimandi, chiari e tanti, alla mitologia classica, al romanzo cavalleresco di stampo medievale e quelli, inevitabili, al fantastico che Burton è riuscito a trasformare nella sua cifra stilistica. Il film stesso è una riflessione del regista, sul rapporto padre/figlio e sulla vita, operata in un periodo in cui Timmy stava perdendo un padre, il padre, e diventando padre, senza articoli. E non una riflessione incompiuta, perché la sua risposta, e la relativa messa in immagini, è la fusione tra la dimensione reale e quella fantasioso-immaginifica, che ricama sulla realtà fino a tal punto che il confine con l’immaginazione si sfuoca e si perde, perde valore. Siamo quel che raccontiamo, ed è quello che Will, il figlio, anche se ha un po’ la faccia da pesce lesso (del resto è comprensibile, essendo figlio di un grosso pesce gatto), comprende solo nel finale, imparando finalmente a usare l’immaginario e accompagnando il padre a chiudere gli occhi. Gente nel cinema che piangeva come vitelli (io).
Dammi 8 anni e arrivo eh. Coming.

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