Recensione su Big Eyes

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Occhioni / 19 Marzo 2016 in Big Eyes

Margaret Kane lascia per anni che suo marito si appropri dei suoi dipinti. E poi si stanca di tutto questo e gli fa causa. Anni dopo ci fanno un film. Un dramma del genere è buona materia da romanzo per un qualsiasi regista. Ma cosa può succedere se è Tim Burton a dirigere quel film? Cosa può trovare di interessante Tim Burton in una storia priva di umpa-lumpa, di spiritelli., di stregatti o mani di forbice? Cosa c’è di Tim Burton in questo film? C’è una sola prova discriminante. Una prova in bella vista, sotto gli occhi di tutti: gli occhioni degli orfani.
Gli occhioni della muta Margaret, che da vera artista, non riesce neanche a dare una spiegazione sensata a quegli occhioni. Anche se quegli occhioni ce ne hanno di ragioni dietro. Dietro gli occhioni c’è quella donna che da bambina era figlia di qualcuno, e da adulta è la moglie di qualcun altro. Che deve scappare da qualcuno che la soffoca per finire in un ambiente ancora più soffocante. E quegli occhi sono un unico modo per comunicare davvero. Quegli occhi impossibili da ignorare. Ed ecco che Tim Burton abbandona la sua parte più infantile, e più dark, nella fotografia e la trasporta in quel disegno ora amato, ora odiato. E allo stesso tempo porta a una certa compassione per il marito di Margaret, interpretato da un grande Christopher Walts, l’artista non artista. Il ciarlatano di vecchia data. Il privo di talento incapace di confessarselo. Talmente convinto della sua bugia, che arriva quasi a crederla vera.
Forse non è più Tim Burton, forse è un dipinto kitsch che non comprende nessuno. Forse è solo un tratto di carboncino su un foglio bianco. Scheletro puro. Del resto per comunicare bastano quei grandi occhi profondi, tutto il resto è sovrastruttura.

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