Recensione su Big Eyes

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Esposizione e finalità poco convincenti / 6 gennaio 2016 in Big Eyes

Un biopic va considerato tale, anche se, pur con l’approvazione del soggetto, gran parte del film non racconta i fatti accaduti nel giusto ordine e con contenuti corretti? Direi di sì, non credo esista alcun film biografico che, finora, sia stato capace di raccontare fedelmente vizi privati e pubbliche virtù di alcuno.

Stando alle notizie lette in giro, però, Big Eyes sembra riportare ben poco della reale vicenda della pittrice Margaret Keane, oltre, ovviamente, all’attribuzione della paternità dei suoi quadri da parte del marito: la sequenza degli avvenimenti è cronologicamente falsata, per esempio, e il film fa un po’ di confusione sull’identità del padre della figlia dell’artista. Posto che sia possibile soprassedere sulle scelte narrative degli sceneggiatori, comunque approvate dalla vera Margaret, “a cosa serve” questo film di Tim Burton, oltre che a rendere omaggio ad un’artista da lui apprezzata da tempo?

Personalmente, ho trovato il film ben interpretato e caratterizzato da una bella ricostruzione d’ambiente (ho apprezzato il contrasto tra la morbidezza dei colori, la geometria degli arredi e di alcune architetture e la grande violenza sottesa dal personaggio di Walter Keane), ma non ho ben capito se fosse o meno nelle intenzioni di Burton raccontare qualcos’altro.
Stando al film, il caso della Keane non sembra rappresentare un precedente nella questione del diritto d’autore, né della proprietà intellettuale di un’opera. Pur accennandovi, Burton non approfondisce il tema dell’emancipazione, lavorativa e personale, femminile (è emblematica la scena in cui Margaret espone i “suoi” quadri ed un avventore avvicinatosi alle tele sembra soppesarla con lo sguardo e usa nei suoi riguardi talune allusioni di carattere sessuale), lasciando al pubblico l’onere di tirare le somme. Idem per quanto riguarda il tema della violenza domestica espressa in forma perlopiù psicologica (anche se la reclusione di Margaret in uno stanzino-laboratorio e le minacce di eliminazione corporale e l’uso dei fiammiferi per spaventare la donna e sua figlia possono essere definite violenza fisica a tutti gli effetti). Confesso che la presenza della voce narrante mi ha spiazzata, perché, nell’economia della storia, il peso del personaggio a cui viene affidato tale onere è decisamente relativo.

Insomma, quello che rimprovero a Burton è l’incompletezza, sia biografica (comunque non condannabile in toto, vedi incipit) che puramente narrativa: si è preoccupato di rappresentare una variante della favola di Barbablù in maniera esteticamente interessante, ma- a mio parere- poco convincente nell’esposizione.

Brava, e molto, la Adams, un po’ troppo caricaturale Waltz.
Interessante il brano di Lana Del Rey che accompagna una bella scena del film.

Ultima nota personale: ho sempre mal sopportato i quadretti, risalenti più o meno agli anni Settanta, che ritraggono bambini tristi o ammiccanti con barboncini in braccio e palloncini in mano, tutti uguali, in stile Jolylle, per intenderci. Ora, ho capito chi, a suo tempo, potrebbe aver dato (involontariamente) il “la” a questa moda.

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