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Recensione su Big Eyes

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7 maggio 2015

Dopo Ed Wood, Burton ritorna al biopic, confezionando un’opera che di primo acchito può apparire priva degli elementi che caratterizzano il suo stile, ma che invece riescono a catturarne il fine. Difatti, sebbene il noto regista abbia quasi sempre utilizzato uno sfondo gotico, medievale, alle sue storie, rendendole affini al suo progetto, la tematica della solitudine, del disagio sociale, dell’emarginazione, è sempre stata il focus sul quale far accentrare l’attenzione, e il suo ultimo lavoro rientra perfettamente in tale vivido disegno.
Big Eyes, oltre a prendere spunto dal vero, offre un particolare tocco di atipicità ad un contesto e ad un tempo che ha relegato la donna ad una sorta di immagine monocolore, e non a quella vasta gamma di toni e gradazioni che solo un’anima dotata di tale sensibilità riesce ad esprimere. E così, attraverso quell’isolamento si delinea l’arte, la vera concubina del silenzio e della coscienza.
Burton, facendoci assistere alla storia di questa pittrice che vede il mondo, e in particolare le sue creature più innocenti, con occhi grandi e malinconici, sproporzionati, ma adatti al tipo di sentimenti che riescono ad esternare, ci offre un solido spaccato di vita proteso a coinvolgere lo spettatore, sempre più empatico nel cercare di osservare in quelle grandi finestre aperte sull’anima anche la più fragile e piccola goccia di compassione.

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