21 Recensioni su

Big Eyes

/ 20146.8430 voti

Piacevolmente sorpresa / 20 Aprile 2016 in Big Eyes

Prendete un Tim Burton , vestitelo da Wes Anderson senza la fastidiosa vena hipster , aggiungeteci una pennellata di dramma e otterrete un film su cui avevo un sacco di riserve e invece mi ha tenuta incollata allo schermo per un ora e 50 facendomi dimenticare tutte le cagate prodotte da Burton negli ultimi anni. Voto 7

Decisamente bello / 19 Marzo 2016 in Big Eyes

Non sono esattamente un grande fan di Tim Burton, anzi. Questo Big Eyes però mi è piaciuto parecchio, anche perché sinceramente, il tocco di Burton si sente davvero poco, sembra quasi che il film lo abbia fatto un altro. Biopic decisamente riuscita, ben recitata e molto intrigante. Christoph Waltz come sempre una certezza, fantastico anche qui.

Occhioni / 19 Marzo 2016 in Big Eyes

Margaret Kane lascia per anni che suo marito si appropri dei suoi dipinti. E poi si stanca di tutto questo e gli fa causa. Anni dopo ci fanno un film. Un dramma del genere è buona materia da romanzo per un qualsiasi regista. Ma cosa può succedere se è Tim Burton a dirigere quel film? Cosa può trovare di interessante Tim Burton in una storia priva di umpa-lumpa, di spiritelli., di stregatti o mani di forbice? Cosa c’è di Tim Burton in questo film? C’è una sola prova discriminante. Una prova in bella vista, sotto gli occhi di tutti: gli occhioni degli orfani.
Gli occhioni della muta Margaret, che da vera artista, non riesce neanche a dare una spiegazione sensata a quegli occhioni. Anche se quegli occhioni ce ne hanno di ragioni dietro. Dietro gli occhioni c’è quella donna che da bambina era figlia di qualcuno, e da adulta è la moglie di qualcun altro. Che deve scappare da qualcuno che la soffoca per finire in un ambiente ancora più soffocante. E quegli occhi sono un unico modo per comunicare davvero. Quegli occhi impossibili da ignorare. Ed ecco che Tim Burton abbandona la sua parte più infantile, e più dark, nella fotografia e la trasporta in quel disegno ora amato, ora odiato. E allo stesso tempo porta a una certa compassione per il marito di Margaret, interpretato da un grande Christopher Walts, l’artista non artista. Il ciarlatano di vecchia data. Il privo di talento incapace di confessarselo. Talmente convinto della sua bugia, che arriva quasi a crederla vera.
Forse non è più Tim Burton, forse è un dipinto kitsch che non comprende nessuno. Forse è solo un tratto di carboncino su un foglio bianco. Scheletro puro. Del resto per comunicare bastano quei grandi occhi profondi, tutto il resto è sovrastruttura.

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Carino, ma… / 11 Febbraio 2016 in Big Eyes

…non mi è sembrato di vedere un film di Tim Burton. Da qui la mia parziale delusione.
Capisco che, trattandosi di un personaggio realmente esistito, il regista non abbia potuto osare più di tanto (anche perché a quanto pare la Keane non ha avuto una vita né una personalità neanche lontanamente interessanti quanto Ed Wood, altro personaggio realmente esistito su cui Burton ha girato un film – a mio parere – nettamente superiore); il prodotto finale è piacevole, la storia è ben narrata, ma da fan accanita di Burton quale sono sempre stata non posso non notare che si discosta parecchio dai film cui mi ha abituata, e dunque il mio voto non può andare oltre la sufficienza.

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Esposizione e finalità poco convincenti / 6 Gennaio 2016 in Big Eyes

Un biopic va considerato tale, anche se, pur con l’approvazione del soggetto, gran parte del film non racconta i fatti accaduti nel giusto ordine e con contenuti corretti? Direi di sì, non credo esista alcun film biografico che, finora, sia stato capace di raccontare fedelmente vizi privati e pubbliche virtù di alcuno.

Stando alle notizie lette in giro, però, Big Eyes sembra riportare ben poco della reale vicenda della pittrice Margaret Keane, oltre, ovviamente, all’attribuzione della paternità dei suoi quadri da parte del marito: la sequenza degli avvenimenti è cronologicamente falsata, per esempio, e il film fa un po’ di confusione sull’identità del padre della figlia dell’artista. Posto che sia possibile soprassedere sulle scelte narrative degli sceneggiatori, comunque approvate dalla vera Margaret, “a cosa serve” questo film di Tim Burton, oltre che a rendere omaggio ad un’artista da lui apprezzata da tempo?

Personalmente, ho trovato il film ben interpretato e caratterizzato da una bella ricostruzione d’ambiente (ho apprezzato il contrasto tra la morbidezza dei colori, la geometria degli arredi e di alcune architetture e la grande violenza sottesa dal personaggio di Walter Keane), ma non ho ben capito se fosse o meno nelle intenzioni di Burton raccontare qualcos’altro.
Stando al film, il caso della Keane non sembra rappresentare un precedente nella questione del diritto d’autore, né della proprietà intellettuale di un’opera. Pur accennandovi, Burton non approfondisce il tema dell’emancipazione, lavorativa e personale, femminile (è emblematica la scena in cui Margaret espone i “suoi” quadri ed un avventore avvicinatosi alle tele sembra soppesarla con lo sguardo e usa nei suoi riguardi talune allusioni di carattere sessuale), lasciando al pubblico l’onere di tirare le somme. Idem per quanto riguarda il tema della violenza domestica espressa in forma perlopiù psicologica (anche se la reclusione di Margaret in uno stanzino-laboratorio e le minacce di eliminazione corporale e l’uso dei fiammiferi per spaventare la donna e sua figlia possono essere definite violenza fisica a tutti gli effetti). Confesso che la presenza della voce narrante mi ha spiazzata, perché, nell’economia della storia, il peso del personaggio a cui viene affidato tale onere è decisamente relativo.

Insomma, quello che rimprovero a Burton è l’incompletezza, sia biografica (comunque non condannabile in toto, vedi incipit) che puramente narrativa: si è preoccupato di rappresentare una variante della favola di Barbablù in maniera esteticamente interessante, ma- a mio parere- poco convincente nell’esposizione.

Brava, e molto, la Adams, un po’ troppo caricaturale Waltz.
Interessante il brano di Lana Del Rey che accompagna una bella scena del film.

Ultima nota personale: ho sempre mal sopportato i quadretti, risalenti più o meno agli anni Settanta, che ritraggono bambini tristi o ammiccanti con barboncini in braccio e palloncini in mano, tutti uguali, in stile Jolylle, per intenderci. Ora, ho capito chi, a suo tempo, potrebbe aver dato (involontariamente) il “la” a questa moda.

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Discreto, 6 / 3 Gennaio 2016 in Big Eyes

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Non fatevi ingannare, non è il solito Tim Burton.
Ma comunque una mano possente nella regia si vede, anche se forse non è il suo genere migliore, il drammatico.
Storia ben sviluppata e bravi gli attori (Waltz mi piace troppo!), mi sono soffermato sulla scena della fuga della protagonista (la seconda volta!) pensando a come la storia si ripete, affinchè la vita ci faccia imparare a non rifare gli stessi errori.
Niente di che, ma non mi ha annoiato. 6.

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Che grandi occhi hai / 30 Dicembre 2015 in Big Eyes

Film che racconta la vera storia di Margaret Keane (la bravissima Amy Adams) e del marito Walter (Christoph Waltz, ancora una volta alle prese con un personaggio negativo), con la regia di Tim Burton (che è un pò limitato nella sua creatività dal fatto che sia una storia reale).
Interessante e appassionante pellicola che traccia un ottimo ritratto della pittrice Margaret, che scappa da un primo marito con la figlia per trovare Walter, un altro pittore di strada come lei. I quadri della Keane sono splendidi (qualcuno spicca tra gli altri col rischio di essere un pò ripetitivi) con la caratteristica di avere gli occhi grandi (Specchio dell’anima). I dipinti iniziano ad avere successo ma è Walter che se ne prende il merito. Il film si sofferma anche sulla situazione femminile di quegli anni (siamo negli anni ’60), in cui la donna era spesso vista solo come adatta a fare lavori casalinghi e badare ai figli.
Nel resto del cast da citare Krysten Ritter (è DeeAnn, amica di Margaret), Danny Huston (è Dick Nolan, il giornalista narratore della storia), Jason Schwartzman (è il gallerista che rifiuta i primi quadri dei Keane) e infine Terence Stamp (John Canaday, il critico più acceso nei confronti di Keane).

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19 Giugno 2015 in Big Eyes

Un film sull’arte, sulla truffa e sulla menzogna. Interessanti i quadri, gli schizzi, i disegni, gli occhi grandi. Interessante il personaggio di Christoph Waltz che, a quanto vedo, calza spesso e volentieri la parte dell’eccentrico manipolatore talvolta ossessivo e compiaciuto di se stesso. Ma lo fa bene.
Eppure, eppure, seppur la storia, tra l’altro vera, sia degna di attenzione, il film non decolla.
Dov’è Tim? Dove? Non basta scegliersi una storia di sé particolare ed assegnarla ad un regista particolare per farne un film particolare di cui rimanere piacevolmente meravigliati.
Quando si dice “film di Tim Burton” ci si aspetta qualcosa di curioso. Alla Tim Burton, appunto. A volte qualcosa di ben fatto, altre volte quello stesso stile si trasforma in una caricatura di quel che vorrebbe fare e rimane sulla mediocrità (si guardi “Alice in Wonderland”, per fare un esempio) e finisce per non piacere. Ma va bene, è sempre lui, nel bene e nel male.
Qui non c’è, a mio modestissimo parere, il Tim Burton che ha creato un grande lavoro, né gotico né stereotipato (Johnny Depp è sempre lo stesso nelle sue pellicole) come “Big Fish”.
L’unico aspetto che avrebbe potuto riflettere lo stile del regista è la caratteristica dei quadri ma è, appunto, un elemento reale. Non c’è farina del suo sacco.
Ha voluto creare un film su una storia che conosceva bene e su una donna che ammirava (stando a Wikipedia ha diversi suoi quadri e ne ha commissionato uno per un’ex compagna).
La storia è interessante, le immagini belle. Ma finisce qui.

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17 Giugno 2015 in Big Eyes

Credo che giudicare un film partendo dal regista sia un errore, e infatti non capisco chi penalizza questa pellicola partendo dalla promesso che Burton non risulta evidente come negli scorsi film. Ogni film è a se stante, l’arte per l’arte, no? Perciò non trovandogli difetti, un bell’8.

7 Maggio 2015 in Big Eyes

Dopo Ed Wood, Burton ritorna al biopic, confezionando un’opera che di primo acchito può apparire priva degli elementi che caratterizzano il suo stile, ma che invece riescono a catturarne il fine. Difatti, sebbene il noto regista abbia quasi sempre utilizzato uno sfondo gotico, medievale, alle sue storie, rendendole affini al suo progetto, la tematica della solitudine, del disagio sociale, dell’emarginazione, è sempre stata il focus sul quale far accentrare l’attenzione, e il suo ultimo lavoro rientra perfettamente in tale vivido disegno.
Big Eyes, oltre a prendere spunto dal vero, offre un particolare tocco di atipicità ad un contesto e ad un tempo che ha relegato la donna ad una sorta di immagine monocolore, e non a quella vasta gamma di toni e gradazioni che solo un’anima dotata di tale sensibilità riesce ad esprimere. E così, attraverso quell’isolamento si delinea l’arte, la vera concubina del silenzio e della coscienza.
Burton, facendoci assistere alla storia di questa pittrice che vede il mondo, e in particolare le sue creature più innocenti, con occhi grandi e malinconici, sproporzionati, ma adatti al tipo di sentimenti che riescono ad esternare, ci offre un solido spaccato di vita proteso a coinvolgere lo spettatore, sempre più empatico nel cercare di osservare in quelle grandi finestre aperte sull’anima anche la più fragile e piccola goccia di compassione.

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7 Aprile 2015 in Big Eyes

Non conoscevo la storia di Margaret Keane quindi è stata un’interessante scoperta. A me il film è piaciuto. L’ho trovato piacevole da vedere e con l’inconfondibile fotografia timburtiana. D’altronde gli stessi quadri di Keane sono molto vicini allo stile del regista (non a caso lui ne è un appassionato collezionista). Bella Amy Adams. Consigliato!

I vicini di casa di Edward / 23 Marzo 2015 in Big Eyes

Pur non conoscendo la storia di Margaret Keane ed essendo quindi impossibilitata ad “auto-spoilerarmi” i contenuti, la vicenda mi è sembrata particolarmente prevedibile per quanto non superficiale.
Nell’introduzione ho intravisto con sommo gaudio il vecchio Burton, dei tempi di Edward Mani di Forbice, un po’ per la fotografia un po’ per il magnifico stile dai tratti evidentemente vintage.
Purtroppo, però, le aspettative sono sfumate.
Importante è il modo in cui siano state portate alla luce l’artista e le sue opere (non così popolari da ritenersi banali) , non da meno il lavoro degli interpreti…ciò nonostante, ci si trova dinanzi ad una pellicola come tante altre, piacevole, leggera, dinamica ma ancora lontana dal dare fine alla malinconia dei burtoniani incalliti.
Thumbs up per alcune ricercate inquadrature (dal trio sul divano agli scaffali del supermercato).
Un 6.5

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Burton, dove sei? / 24 Febbraio 2015 in Big Eyes

E’ inevitabile che il punto di partenza per valutare questo Big Eyes, ultima fatica di Tim Burton, sia l’altro biopic elaborato dal regista nel 1994. Ovvero Ed Wood.
Il problema principale che ho riscontrato in questo film è stato chiedermi continuamente cosa c’è di Burton in quest’opera. Cosa mi porta a dire che questo film è un film di Burton? Purtroppo la risposta che ho trovato è stata un semplice “nulla”.
Non mi riferisco agli aspetti più comuni e lampanti, tipo “manca Johnny Depp” o “manca lo stile dark gothic” e via dicendo. Intendo dire che in questo lavoro manca proprio la vena creativa di Burton. Ogni aspetto del film, dalla sceneggiatura alla regia, trovo che manchi di ispirazione. Sembra un lavoro costruito palesemete “per fare qualcosa”, per farci vedere che Burton è ancora in attività e basta. Se Ed Wood si metteva in mostra per la capacità del regista di rendere “personale” un racconto di una figura realmente esistita, di ricreare un’atmosfera adatta al suo stile e allo stesso tempo anche alla storia, Big Eyes si limita al puro e semplice racconto. Che ok, ha dell’incredibile se contiamo che è una storia vera, ma è tutto qui?
Sugli interpreti posso dire che Amy Adams è quasi anonima e mi ha convinto di più in altri lavori (va anche detto che il suo personaggio non gode di una caratterizzazione particolarmente riuscita). Christoph Waltz invece l’ho trovato troppo chiuso in una parte dove mi sembrava più che altro scimmiottare le movenze e le espressioni tipiche di Johnny Depp (l’apice, in questo aspetto, si raggiunge verso la fine del film).
Si tratta in conclusione di un film “fuori posto” nella filmografia di Burton, in cui. come già detto, non ho trovato nulla del regista. Spero che nei suoi lavori futuri riesca a tornare sui binari giusti.
Piccola nota: devo però lodare il comparto sonoro. Ho trovato decisamente apprezzabile la colonna sonora composta da Danny Elfman, così come i brani creati per l’occasione da Lana Del Rey.

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9 Febbraio 2015 in Big Eyes

Vera storia di un incredibile inganno.
L’artista Margaret Keane viene completamente raggirata dal marito in relazione alle sue opere.
Come film parte un po’ lento e non molto coinvolgente ma poi riesce a decollare e riesce a convincere.
Incredibile come un omuncolo del genere possa aver fatto credere al mondo intero questa realtà ma soprattutto alla moglie.
Far credere una cosa ma poi con l’inganno arrivare ad altri obiettivi…
E’ uno sport molto in voga ormai e non solo nel campo dell’arte…
Un buon ritorno di Tim Burton.
Da vedere.
Ad maiora!

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20 Gennaio 2015 in Big Eyes

Finalmente Tim Burton ha fatto un bel film.
Tempo fa ho letto questa citazione e credo che riassumi perfettamente questo film:

“Quando la verità viene sepolta cresce, soffoca, accumula una tale forza esplosiva che il giorno che scoppia fa saltare ogni cosa con sé.” Emile Zola

I manipolatori sono davvero una piaga….ed è bello vedere come questa donna alla fine trovi la forza di vederlo per come è davvero e liberandosi di lui tutto il mondo lo vede per come è…un piccolo omino inetto, manipolatore, senza scrupoli o morale che alla fine viene spazzo via dalla verità.

Bello.

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La vita dell’arte, l’arte nella vita… / 18 Gennaio 2015 in Big Eyes

Quest’ ultimo film di Tim Burton lascia in un primo tempo stupiti e poi meravigliati, si, ci si meraviglia di come questo autore visionario ed estremamente elegante riesca in un modo o nell’altro a risultare sempre personale e cinematografico come pochi altri contemporanei. In “Big Eyes” non ci sono atmosfere gotiche, mancano gli spiritelli porcelli, non vi è traccia di quel “dark” che tanto manda in brodo di giuggiole i fans più reazionari del regista, eppure, nonostante sia più nascosto e rarefatto, c’è molto Tim Burton, nelle inquadrature, nell’utilizzo della fotografia, nella direzione degli attori e soprattutto c’è quel Tim Burton appassionato narratore di una storia realmente accaduta, con personaggi veri ma ben romanzati, come nel suo più illustre e geniale “Ed Wood”. Già, perchè questo film ha molto a che vedere con quell’ “Ed Wood” che tanto fece discutere, si riallaccia automaticamente ad un discorso estemporaneo che il regista aveva instaurato con quella breve parentesi, distaccandosi dal suo stile più tipico, andando ad omaggiare un’altra icona ‘pop’ del secolo scorso, Margaret Ulbrich in Keane, un’artista popolare protagonista di una rocambolesca vicenda fatta di intrghi, raggiri e falsità che tanto destò scalpore nei colorati anni sessanta. “Big Eyes” dunque altro non è se non un omaggio personalissimo ad un’ artista che anticipò un certo tipo di ‘pop art’, un’opera sull’arte, una dedica all’ispirazione sensibile e una condanna all’industria, alla nascita, se possibile, di una certa mercificazione dell’arte, quella mercificazione che inevitabilmente svilisce l’autenticità, ma arricchisce il conto in banca e annebbia le coscienze. Si, perchè se da un lato c’è la bella Margaret con i suoi disegni dei poveri trovatelli dai grandi occhi, dall’altra c’è suo marito Walter Keane, pseudo artista con un millantato passato in quel di Parigi ed abile piazzista imbonitore, il quale captato il potenziale della moglie, sposata in quattro e quattr’otto dopo una breve frequentazione, ne ruberà l’identità, spacciando i quadri come suoi, con il consenso passivo della consorte, dando così vita ad una frode ottimamente collaudata. I due prendono coscienza del potenziale delle opere, iniziano ad arricchirsi, a fare mostre, a riempire saloni, sempre con il dissenso degli artisti vecchio stampo e dei critici più sofisticati, ma con l’appoggio unanime della gente, affascinata dalla diretta immediatezza di quei trovatelli dagli occhioni enormi, tristi, pieni di desiderio e di calore, che tanto fanno breccia nella cultura pop di quegli anni, tutte caratteristiche insite nell’animo puro della loro reale autrice e madre.
Ed è qui che il film cambia rotta, trascinandsoi in una repentina discesa negli inferi del merchandising, con lui sempre più preso a fare soldi, vendendo tutto il vendibile, ormai delirante e megalomane e lei sempre più repressa, ridotta ad ornamento all’ombra delle sue creature, fino all’inevitabile rottura, all’ implosione della coppia, tanto unita prima dall’arte e poi divisa dalla stessa, cioè dalla vita, si, perchè la vita è arte. Il buon Burton mette quindi in scena il tandem di due opposti che in principio si attraggono e poi si respingono e dividono, da una parte c’è Margaret, l’esaltazione dell’arte più pura, dell’ispirazione dettata dall’autenticità, dall’altra Walter, la grettezza del commercio dell’arte, vile, ma affascinante e redditizio, due circostanze destinate inevitabilmente ad unirsi e poi a collidere sfaldandosi, proprio come i due protagonisti.
“Big Eyes” è un film dipinto, colorato, un film pop, molto più ispirato dell’ultimo Burton, forse un pò troppo manieristico, ma non un film buonista, tutt’altro, è un film cattivo a volte cinico e perfido, il quale non ha probabilmente la stessa potenza del romantico bianco e nero di “Ed Wood” ma dal quale ruba la stessa voglia di omaggiare un’artista autentica, vera, non geniale, ma a suo modo poetica e vivace. Ottima e funzionale la bella fotrografia di Bruno Delbonnel e sempre azzeccata la regia del vecchio Tim Burton, che sottrae al suo repertorio molti vezzi stilsitici per mettersi al servizio della narrazione e dell’incantevole coppia di protagonisti, Amy Adams e Christoph Waltz, per un lavoro così diverso dal solito, eppure altrettanto personale, senza doverlo bollare a tutti i costi con la noiosa etichetta di “non burtoniano”, come se un regista dovesse restare imprigionato ad ogni costo nel suo stesso marchio, considerazione che ci porta a riflettere su un particolare, il suo film più bello, e perchè no sincero, è proprio quel tanto personale “Ed Wood”. Beh, è proprio una bellezza avere un Tim Burton….

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Attori eccezionali. / 18 Gennaio 2015 in Big Eyes

Premesso che non si può dare mezzi voti anche altrimenti questo sarebbe un sette e mezzo in piena regola, ci tengo a dire che Big Eyes mi è piaciuto molto, nonostante alcuni intoppi lo abbiano penalizzato. Gli attori sono stati magistrali, Amy Adams bravissima e Christoph Waltz era da nomination almeno, per quanto sia bravo nonostante sia emerso da relativamente poco. Ha una mimica facciale e un’espressività incredibili. La storia è veramente interessante! I due attori riescono a interagire benissimo nella dinamica del film, c’è una buonissima chimica che rende il film veramente credibile. A discapito di tutto come dicevo prima, trovo che la sceneggiatura e lo stesso regista Burton, abbiano contribuito a non far decollare del tutto il film. Il finale comunque risolleva la parte centrale leggermente piatta, per elevare il film a qualcosa di più. Nonostante tutto ottima scelta di discostarsi totalmente da ex moglie e attore feticcio per, addentrarsi, in un mondo più “rigido” meno fantasioso ma altrettanto affascinante e strano.

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Il solito compitino di Tim / 17 Gennaio 2015 in Big Eyes

Tim Burton è da un po’ che non brilla. Questo Big Eyes è un compitino che strappa la sufficienza e nulla più. Le premesse per una bella storia ci sono tutte, ma la trama gira e rigira sul tema senza coinvolgere più di tanto. I personaggi secondari sono appena abbozzati, Jason Schwartzman e Jon Polito su tutti, e lasciano praticamente tutta l’opera in mano ai due attori protagonisti. Burton avrebbe potuto fare un film più corale, tipo Big Fish, visto che gli spunti per utilizzare buoni personaggi c’erano tutti. Cristoph Waltz non mi è piaciuto, forse per la prima volta da quando lo seguo. L’ho trovato troppo sopra le righe, esagerato, troppo spinto al limite, in ogni situazione (la parte in tribunale è una parodia involontaria). La Adams invece interpreta un personaggio piattissimo, che tutto sembra fuorché un’artista. Il film non lascia mai il segno, avrebbe potuto puntare di più sulle “visioni” di lei, magari dando un taglio più surreale alla pellicola, invece che focalizzarsi sulla storia opprimente e ripetitiva dei due coniugi. E poi diciamocelo: quei ritratti con gli occhioni sono una porcata per teenager, l’arte è tutt’altra cosa.

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14 Gennaio 2015 in Big Eyes

Finalmente qualcosa di nuovo. A Tim Burton serviva proprio una disintossicazione da Johnny Depp.

5 Gennaio 2015 in Big Eyes

Come sempre, premetto di essermi avvicinata al mondo del cinema da pochissimo, di conseguenza ho scarsissime conoscenze e riesco solo a dare pareri “emozionali” e del tutto soggettivi.
Però a me questo film è piaciuto molto. Un Tim Burton pieno di colori tenui e delicatezza per raccontare la storia di Margaret Keane, autrice dei celebri quadri di bambini dai grandi occhi firmati però dal marito, perché “nessuno comprerebbe le opere d’arte di una donna”.
È un film che parla delle incertezze di una donna all’apparenza fragilissima, sovrastata dalla personalità di un marito prepotente, che però dalle sue fragilità sa trarre la forza di ribellarsi e combattere per la sua vita, per sua figlia e per il riconoscimento del suo valore.
Ma è anche la storia di un uomo che, dietro la facciata forte e solare che ha costruito, nasconde una fragilità forse ancora più grande: l’incapacità di accettare i propri limiti e quella di scappare ad un mondo di bugie diventate troppo grandi.
Insomma, un film molto delicato, dove non mancano momenti più divertenti e altri dove una lacrimuccia (se siete particolarmente sensibili) può scappare.

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2 Gennaio 2015 in Big Eyes

Tim Burton torna sui grandi schermi, e stavolta rispetto all’insieme delle sue opere fa un passo indietro, necessario ad inquadrare e ridimensionare anni di lavori che a loro volta, e inevitabilmente, si dividono in due categorie: grandi visioni penetrantemente dark, di contro a mere semi-parodie autocompiaciute. “Big eyes”, a questo proposito, ripropone la poetica burtoniana con la promessa di qualcosa di nuovo e stimolante: una svolta alla sua più che nota indole “goth” vagamente adolescenziale; un ulteriore biopic su una personalità nascosta dal tempo (come è accaduto anche con “Ed Wood”) e il racconto della più assurda frode artistica operata da Walter Keane, principalmente ai danni morali della moglie Margaret Ulbrich, pittrice tra gli anni ’50 e ’60.

I protagonisti caricaturali, e in particolare il personaggio di Margaret, sono esseri umani “mostruosi” che prendono il sopravvento sui mostri umanizzati a cui il caro Burton ci aveva abituati, e ricordano gli innumerevoli outsider partoriti proprio dall’estro del regista. Lo stacco rispetto all’immaginario stilistico di Burton risiede nell’esagerazione pastellosa di una fotografia curata da Bruno Delbonnel (già al fianco di Burton per “Dark shadows”), fresca e adatta non solo al contesto storico e sociale, ma anche a quello artistico e psicologico, opposto a ciò che i ritratti di Margaret suggeriscono e, in seguito, riveleranno. Perché, molto banalmente, gli “occhioni” sono lo specchio dell’anima, rivelatori di una realtà, come del resto lo è l’arte in sé. Uno script lineare ad opera della coppia Scott Alexander / Larry Karasxewski (collaboratori di Milos Forman per “Man on the moon” e “Larry Flint – Oltre lo scandalo), così come il profilo psico-emotivo dei suoi protagonisti, rappresentano la prova che Tim Burton ha finalmente accantonato (si spera a lungo termine) il mondo pseudo-disneyano, ormai logoro e sfruttato fino al midollo, per riscoprire una certa autorialità di sua invenzione.

Ovviamente “Big eyes” non costituisce una delle sue prove più mirabolanti, ma un ritorno alle origini più essenziali del suo cinema, che gli permette di rispolverare uno stile registico pulito e meno canzonatorio nei riguardi della materia narrativa, laddove di solito era una produzione strabordante a prendere il sopravvento. Buona la scelta di affidare i “ritratti” dei pittori ad Amy Adams e Christoph Waltz: la prima conferisce a Margaret una vena drammatica addirittura deliziosa, moderata e cristallina, mentre il secondo conferma il suo estro umoristico e brillante, quasi a voler ricordare quell’Hans Landa che, in “Bastardi senza gloria”, gli è valso la fama mondiale.

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