Big Eyes

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Big Eyes

Margaret Keane è una pittrice: sull'onda della propria emotività, inizia a dipingere quadri con soggetti ricorrenti. Si tratta perlopiù di bambini dai grandi occhi tristi, malinconici e spesso in lacrime.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: Big Eyes
Attori principali: Amy AdamsChristoph WaltzKrysten RitterDanny HustonJason SchwartzmanTerence Stamp, Jon Polito, Farryn VanHumbeck, Emily Fonda, Delaney Raye, Madeleine Arthur, James Saito, Guido Furlani, Elisabetta Fantone, Darren Dolynski, David Milchard, Emily Maddison, Brent Chapman, Jill Morrison, Leela Savasta, Stephanie Bennett, Andrea Bucko, Aaron Craven, Michael Kopsa, Brittney Irvin, Matthew Kevin Anderson, Pomaika'i Brown, Julie Johnson, Kari-Ann Wood, Deni DeLory, Heather Doerksen, Eliza Norbury, Patricia Mayen-Salazar, Tony Alcantar, Dale Wolfe, Ryan Beil, Sean Campbell, Fiona Vroom, Dylan Kingwell
Regia: Tim Burton
Sceneggiatura/Autore: Scott Alexander, Larry Karaszewski
Colonna sonora: Danny Elfman
Fotografia: Bruno Delbonnel
Costumi: Colleen Atwood
Produttore: Tim Burton, Bob Weinstein, Harvey Weinstein, Scott Alexander, Larry Karaszewski, Katterli Frauenfelder, Lynette Howell Taylor, Jamie Patricof, Derek Frey
Produzione: Canada, Usa
Genere: Drammatico, Commedia, Storia, Biografico
Durata: 105 minuti

Piacevolmente sorpresa / 20 Aprile 2016 in Big Eyes

Prendete un Tim Burton , vestitelo da Wes Anderson senza la fastidiosa vena hipster , aggiungeteci una pennellata di dramma e otterrete un film su cui avevo un sacco di riserve e invece mi ha tenuta incollata allo schermo per un ora e 50 facendomi dimenticare tutte le cagate prodotte da Burton negli ultimi anni. Voto 7

Decisamente bello / 19 Marzo 2016 in Big Eyes

Non sono esattamente un grande fan di Tim Burton, anzi. Questo Big Eyes però mi è piaciuto parecchio, anche perché sinceramente, il tocco di Burton si sente davvero poco, sembra quasi che il film lo abbia fatto un altro. Biopic decisamente riuscita, ben recitata e molto intrigante. Christoph Waltz come sempre una certezza, fantastico anche qui.

Occhioni / 19 Marzo 2016 in Big Eyes

Margaret Kane lascia per anni che suo marito si appropri dei suoi dipinti. E poi si stanca di tutto questo e gli fa causa. Anni dopo ci fanno un film. Un dramma del genere è buona materia da romanzo per un qualsiasi regista. Ma cosa può succedere se è Tim Burton a dirigere quel film? Cosa può trovare di interessante Tim Burton in una storia priva di umpa-lumpa, di spiritelli., di stregatti o mani di forbice? Cosa c’è di Tim Burton in questo film? C’è una sola prova discriminante. Una prova in bella vista, sotto gli occhi di tutti: gli occhioni degli orfani.
Gli occhioni della muta Margaret, che da vera artista, non riesce neanche a dare una spiegazione sensata a quegli occhioni. Anche se quegli occhioni ce ne hanno di ragioni dietro. Dietro gli occhioni c’è quella donna che da bambina era figlia di qualcuno, e da adulta è la moglie di qualcun altro. Che deve scappare da qualcuno che la soffoca per finire in un ambiente ancora più soffocante. E quegli occhi sono un unico modo per comunicare davvero. Quegli occhi impossibili da ignorare. Ed ecco che Tim Burton abbandona la sua parte più infantile, e più dark, nella fotografia e la trasporta in quel disegno ora amato, ora odiato. E allo stesso tempo porta a una certa compassione per il marito di Margaret, interpretato da un grande Christopher Walts, l’artista non artista. Il ciarlatano di vecchia data. Il privo di talento incapace di confessarselo. Talmente convinto della sua bugia, che arriva quasi a crederla vera.
Forse non è più Tim Burton, forse è un dipinto kitsch che non comprende nessuno. Forse è solo un tratto di carboncino su un foglio bianco. Scheletro puro. Del resto per comunicare bastano quei grandi occhi profondi, tutto il resto è sovrastruttura.

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Carino, ma… / 11 Febbraio 2016 in Big Eyes

…non mi è sembrato di vedere un film di Tim Burton. Da qui la mia parziale delusione.
Capisco che, trattandosi di un personaggio realmente esistito, il regista non abbia potuto osare più di tanto (anche perché a quanto pare la Keane non ha avuto una vita né una personalità neanche lontanamente interessanti quanto Ed Wood, altro personaggio realmente esistito su cui Burton ha girato un film – a mio parere – nettamente superiore); il prodotto finale è piacevole, la storia è ben narrata, ma da fan accanita di Burton quale sono sempre stata non posso non notare che si discosta parecchio dai film cui mi ha abituata, e dunque il mio voto non può andare oltre la sufficienza.

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Esposizione e finalità poco convincenti / 6 Gennaio 2016 in Big Eyes

Un biopic va considerato tale, anche se, pur con l’approvazione del soggetto, gran parte del film non racconta i fatti accaduti nel giusto ordine e con contenuti corretti? Direi di sì, non credo esista alcun film biografico che, finora, sia stato capace di raccontare fedelmente vizi privati e pubbliche virtù di alcuno.

Stando alle notizie lette in giro, però, Big Eyes sembra riportare ben poco della reale vicenda della pittrice Margaret Keane, oltre, ovviamente, all’attribuzione della paternità dei suoi quadri da parte del marito: la sequenza degli avvenimenti è cronologicamente falsata, per esempio, e il film fa un po’ di confusione sull’identità del padre della figlia dell’artista. Posto che sia possibile soprassedere sulle scelte narrative degli sceneggiatori, comunque approvate dalla vera Margaret, “a cosa serve” questo film di Tim Burton, oltre che a rendere omaggio ad un’artista da lui apprezzata da tempo?

Personalmente, ho trovato il film ben interpretato e caratterizzato da una bella ricostruzione d’ambiente (ho apprezzato il contrasto tra la morbidezza dei colori, la geometria degli arredi e di alcune architetture e la grande violenza sottesa dal personaggio di Walter Keane), ma non ho ben capito se fosse o meno nelle intenzioni di Burton raccontare qualcos’altro.
Stando al film, il caso della Keane non sembra rappresentare un precedente nella questione del diritto d’autore, né della proprietà intellettuale di un’opera. Pur accennandovi, Burton non approfondisce il tema dell’emancipazione, lavorativa e personale, femminile (è emblematica la scena in cui Margaret espone i “suoi” quadri ed un avventore avvicinatosi alle tele sembra soppesarla con lo sguardo e usa nei suoi riguardi talune allusioni di carattere sessuale), lasciando al pubblico l’onere di tirare le somme. Idem per quanto riguarda il tema della violenza domestica espressa in forma perlopiù psicologica (anche se la reclusione di Margaret in uno stanzino-laboratorio e le minacce di eliminazione corporale e l’uso dei fiammiferi per spaventare la donna e sua figlia possono essere definite violenza fisica a tutti gli effetti). Confesso che la presenza della voce narrante mi ha spiazzata, perché, nell’economia della storia, il peso del personaggio a cui viene affidato tale onere è decisamente relativo.

Insomma, quello che rimprovero a Burton è l’incompletezza, sia biografica (comunque non condannabile in toto, vedi incipit) che puramente narrativa: si è preoccupato di rappresentare una variante della favola di Barbablù in maniera esteticamente interessante, ma- a mio parere- poco convincente nell’esposizione.

Brava, e molto, la Adams, un po’ troppo caricaturale Waltz.
Interessante il brano di Lana Del Rey che accompagna una bella scena del film.

Ultima nota personale: ho sempre mal sopportato i quadretti, risalenti più o meno agli anni Settanta, che ritraggono bambini tristi o ammiccanti con barboncini in braccio e palloncini in mano, tutti uguali, in stile Jolylle, per intenderci. Ora, ho capito chi, a suo tempo, potrebbe aver dato (involontariamente) il “la” a questa moda.

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