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Recensione su Berberian Sound Studio

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sinestesie / 24 marzo 2013 in Berberian Sound Studio

L’inglese Peter Strickland omaggia il cinema italiano di genere anni ’70 con la storia di questo piccolo tecnico del suono inglese ingaggiato da un italiano per curare la post-produzione audio del nuovo film horror di tale Santini.
Il film ridonda di citazioni vintage. Bava e Argento e Margheriti e Martino. Anche se poi sia il film di Santini (di cui non vediamo mai un’immagine, ma che impariamo a conoscere solo grazie all’audio su cui lavoro un impressionante Toby Jones), sia l’ambiente descritto, ricordano più un Alfonso Brescia o un Renato Polselli.
Molto spesso si gira a vuoto, la trama si svolge volutamente lenta e poco consistente. Gli elementi che descrivono il lento progredire del timido Gilderoy a non saper più distinguere la realtà dalla finzione, a livello di scrittura, non è convincente e, in ogni, caso è già visto.
La sensazione è che Strickland abbia voluto rifare più il Polansky di “Repulsion” o “L’inquilino del terzo piano” che altro, ma gli è mancata sia la (s)profondità del primo, che l’ironia del secondo.
Ciò che funziona invece è l’atmosfera claustrofobica di un film girato tutto all’interno dello studio di registrazione, illuminato da ombre e colori caldi.
Non fallisce nemmeno il lavoro fatto sul sonoro. Curatissimo. Vero e proprio mezzo per creare qualsiasi sensazione nello spettatore (e in questo mi ha ricordato “Kill List”, che aveva lo stesso produttore)
Tirando le somme il film è girato bene e alcuni buoni colpi li assesta, risultando piuttosto interessante anche se noiosetto e poco riuscito negli intenti.

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