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Recensione su Basket Case

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La violenza dell’artigianato… / 2 ottobre 2014 in Basket Case

“Basket Case” è un horror dei primi anni ’80, una storia di violenza, amore ed ossessione che si dipana per il sottobosco newyorkese, fatto di quartieri bassi, figli di puttana pronti a tutto, stradacce sporche e motel di quart’ordine. E’ la storia di due fratelli, uniti da un profondo legame morboso, o meglio è la storia di Duane, un ragazzo mite, complessato e tormentato, il quale non riesce a staccarsi in nessun modo da una cesta che scorazza su e giù per la città e nella quale tiene ben nascosto il suo gemello siamese deforme, un essere mostruoso e predominante, assetato di vendetta verso chi, in passato, li ha separati. Un plot, se vogliamo, ‘cronenberghiano’ per via della tematica, estremo e viscerale, attraverso cui si assiste ad un carosello di aggressioni ed uccisioni palesemente raffazzonate e goffe, ma allo stesso tempo incredibilmente efficaci, figlie di una violenza artigianale grezza e senza fronzoli, molto spesso più pungente e sfiziosa di quella patinata, ambiziosa e realisitca, se siete di quelli che amano queste cose, che potrete ammirare in certe grandi produzioni di genere. E’ dunque una storiaccia sporca, logora ma nonostante ciò estremamente divertente e scorrevole, un classico B-Movie riuscito, nel quale l’evidente mancanza di mezzi viene sopperita da una genuina voglia di girare e da abili e spontanee invenzioni registiche. Anche il mostruoso fratello di Duane, per quanto gommoso e improvvisato, fa il suo, inquieta e disturba quanto deve e poco ci importa se i suoi attacchi sanguinosi risultino fin troppo ‘trash’ o improbabili, infondo l’horror, quantomeno certo horror, è tutto improbabile, altro non è che un’estensione deformata ed estremizzata della nostra realtà, un genere il quale, spessissimo, riesce nell’intento di portare a galla certe nostre nevrosi ed ossessioni più latenti meglio di altri.
Non staremo nemmeno a soffermarci troppo sulla recitazione, da sempre punto dolente di una considerevoe fetta di horror, qui parecchio dilettantistica e spicciola, d’altronde la stragrande maggioranza del cast non era professioista, ma pur sempre funzionale. La cosa più interessante di “Basket Case”, dunque, è proprio il rapporto viscerale fra i due gemelli, dipendenti l’uno dall’altro, nel quale il deforme è la mente ma anche il braccio, mentre Duane è solo il tramite fra la creatura e il mondo esterno che essa osserva da dentro il cesto. Duane non riesce a vivere la propria vita, totalmente succobe com’è, non riesce ad assecondare i propri istinti anche e soprattutto sessuali, in parte per una sorta di senso di colpa verso la sua ex metà impossibilitata, un pò perchè proprio il mostro non glielo lascia fare, ingelosito ed ossessionato da ciò che esso non potrebbe mai fare. Si sviluppa dunque un intenso gioco mentale fra i due ma assolutamente malsano, un rapporto difficilmente gestibile e conciliabile con qualcosa che si avvicini ad una vita normale.
Diretto da Frank Henenlotter, regista di “nicchia” dedito da sempre ad un certo horror grottesco, “Basket Case” è un titolo di culto per gli appassionati del genere, un filmetto gradevole e riuscito, un “midnight movie”, un titolo spaccaculi che chiunque ami l’horror non può permettersi di perdere.

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