Recensione su Basil l'investigatopo

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Esperimenti disneyani / 2 Luglio 2016 in Basil l'investigatopo

(Sei stelline e mezza)

All’epoca della realizzazione di Basil, la Disney non navigava in buone acque: tra gli ultimi lavori distribuiti, Red e Toby non aveva convinto il pubblico e Taron era stato un sonoro tonfo, soprattutto per via dei sopravvenuti ammanchi tecnici nel reparto musiche e animazioni.
Questo lungometraggio del 1986, però, rappresenta una sorta di traghetto tra l’epoca d’oro della casa di zio Walt e il Rinascimento esploso negli anni Novanta che lascia intravedere alcuni dei caratteri “innovativi” che, da quel momento in poi, avrebbero riconfermato il predominio Disney nel campo dell’animazione internazionale “di massa”, primo su tutti un’ironia “dinamica” ben incarnata dal protagonista, l’investigatopo londinese Basil.

Due dei (ben) quattro registi del film sono Ron Musker e John Clements, coloro che avrebbero diretto alcuni tra i più grandi successi commerciali del decennio successivo, come La sirenetta e Aladdin, mentre, tra gli animatori, figura Glen Keane, una delle “mani” più ardite e, successivamente, riconoscibili della Disney (qui, è stato supervisore all’animazione del personaggio di Rattigan): la sensazione generale di “non abbiamo molto da perdere” pervade l’intero film, come se il timone del progetto fosse diretto da quattro capitani a cui è stata data una notevole libertà di manovra e di sperimentazione (in un’occasione, per esempio, un personaggio guarda ironicamente dritto in camera, sfondando la quarta parete come mai, a memoria mia, era accaduto prima di allora. Gli “interludi” rivolti al pubblico dal Grillo di Pinocchio, in questo senso, avevano una funzione narrativa profondamente differente da questa, chiaramente illustrativa e didascalica, esattamente come le strizzatine d’occhio di Topolino o Paperino nei cortometraggi degli anni Trenta e Quaranta).

Ne risulta un prodotto di puro intrattenimento, senza moralismi o messaggi pseudo-sociali di sorta, che, visto l’impianto narrativo, all’epoca lasciava presagire se non un possibilissimo seguito cinematografico almeno una serie tv animata (ai tempi, la Disney era solita sfornarne non poche, come i Gummi, i Wuzzles e il vero successo del periodo, DuckTales).
Il pregio dell’operazione, apertamente ispirata ai romanzi di Paul Galdone e Eve Titus più che alle storie di Sir Arthur Conan Doyle, sta nell’aver proposto in un prodotto di animazione diretto ad un target infantile i caratteri di un vero film di genere: Basil, infatti, è un crime di ambientazione vittoriana con tutti i cliché del caso, che non tralascia anche qualche dettaglio truculento, in stile penny dreadful se vogliamo (es. i delitti all’ombra delle bettole frequentate da… topine di malaffare, il gatto Lucrezia che divora i nemici di Rattigan, costantemente ossessionato dalla sua natura infida, da topo di fogna, appunto).

A differenza di quanto accade nel ciclo letterario degli Sgraffignoli della Norton (e nei film da esso tratti, come l’Arrietty dello Studio Ghibli), non c’è interazione diretta tra il mondo degli umani e quello delle piccole creature animali che abitano i bassifondi (è il caso di dirlo) della Londra di fine Ottocento: le creature antropomorfe protagoniste non usano oggetti umani riadattati per l’occasione (come accade anche in Bianca e Bernie, per esempio), ma, curiosamente, vivono in un universo fatto su misura per loro, all’interno del quale si muovono in totale autonomia e che interferisce con quello “superiore” solo per via dell’interazione (voluta) con alcuni suoi elementi (es. il cane Ugo, inquilino del 221 di Baker Street, di proprietà di Sherlock Holmes). Così, il loro mondo è “solo” un’accurata riproposizione in scala minore di quello degli esseri umani, con tutte le dinamiche sociali del caso, istituzione monarchica compresa.

Qualitativamente notevole la scena ambientata all’interno del meccanismo del Big Ben, tra i primi esempi di uso della computer graphic nell’ambito dell’animazione.
Infine, benché musicata da una firma di prestigio come Henry Mancini, a mio parere la colonna sonora non contiene brani particolarmente interessanti, né cantati (solo 3), né strumentali.
Nel complesso, Basil è un film innocuo ma sufficientemente gustoso, a tratti povero di invenzioni estetiche (es. i brutti ceffi di Rattigan e gli avventori del pub sembrano somigliarsi tutti, per abiti e aspetto), ma che ho apprezzato soprattutto per via dei suoi esperimenti e per la sua smaccata propensione all’intrattenimento tout court.

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