Recensione su Diamante nero

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Romanzo di formazione / 10 dicembre 2015 in Diamante nero

Dopo Tomboy, la Sciamma affronta di nuovo un racconto di formazione sulle difficoltà di crescere “al femminile” e, questa volta, si concentra su un contesto socioculturale decisamente circoscritto, quello dei giovani francesi delle banlieu parigine.
Pur non proponendosi come una docufiction, il film della regista francese sfrutta tale cornice per indagare più aspetti della complessa vita di un’adolescente inserita in un ambiente specifico, in primis la necessità di affermare la propria personalità e la propria identità sessuale in una situazione soffocante e castrante.

La protagonista, Vic, ha solo metri di paragone “in negativo”: non intende assomigliare alla madre, figura stanca ed assente, non vuole sottostare alla protezione violenta del fratello, non tollera le classificazioni sessiste che vigono nel quartiere.
Perciò, trova una valida alternativa in un terzetto di coetanee decisamente molto simili a lei che vivono in virtù del concetto che l’unione, oltre a fare la forza, permette di fare muro contro chiunque altro.

Il film si articola in veri e propri capitoli, divisi da quadri neri in dissolvenza, che scandiscono l’evoluzione di Vic da ragazzina timida a giovane donna che deve letteralmente decidere cosa fare del proprio futuro.
Se non epifanico né particolarmente brillante dal punto di vista dei contenuti, il film della Sciamma è caratterizzato da una chiara filosofia: anche se sei giovane, sei padrone della tua vita e, consapevole di ciò e forte della tua piccola o grande esperienza, sappi che è sempre possibile fare anche passi indietro per riaggiustare il tiro.

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