Recensione su Il dittatore dello Stato libero di Bananas

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23 Settembre 2012

Una parodia surreale delle dittature del centro e sud America, in cui si alternano regimi militari a rivoluzioni popolari, con il miraggio della democrazia, ma che finiscono per rivelarsi a loro volta dittature (il riferimento neanche poi cosí velato è alla rivoluzione cubana e a Castro).
Ma è anche parodia di alcuni costumi del popolo americano, dalla presunta superiorità socio-culturale all’onnipresenza delle tv nella vita quotidiana.
Film iperbolico nella satira socio-politica che produce, adotta la tecnica della scenetta da cabaret, rendendo la trama abbastanza spezzettata.
Secondo film di Woody come regista, sicuramente non è il piú riuscito ma si fa ricordare per alcune delle scene piú esilaranti dell’intera produzione alleniana (su tutte, quella dal giornalaio e quella dell’arrivo in aeroporto con interprete).
In altri frangenti l’umorismo è piú surreale, seppur in sintonia con lo stile parodistico-farsesco della pellicola.
Il Woody degli esordi non è ancora l’intellettuale delle battute colte, ma utilizza comunque la cultura per un’ironia costruita. A tratti sembra di guardare uno dei film sudamericani di Bud Spencer e Terence Hill, a tratti si riconosce invece netta l’impronta alleniana (soprattutto nel dialogo con il capo della rivoluzione Castrado, che regala le classiche battute-understatement che hanno reso celebre il comico newyorkese).
Curiosi i riferimenti, anch’essi surreali, ad alcuni classici del cinema come Tempi moderni e La corazzata Potemkin. C’è anche una scena che ricorda il finale di Arancia meccanica, il quale peró è dello stesso anno e sarebbe quindi curioso capire chi ha ispirato chi (per chi volesse approfondire, abbiamo indagato in merito nel gruppo di Woody Allen, nella discussione “Chi ha ispirato chi?”, con risultati interessanti).
All’inizio compare anche un giovane Sylvester Stallone, in uno dei suoi primi ruoli da attore.

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