Recensione su Babel

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Babel / 8 luglio 2015 in Babel

Con il consueto stile vorticoso di flash-back e flash-forward, in cui la linearità dell’intreccio viene completamente stravolta, Inarritu costruisce questa pellicola in cui, fondamentalmente, si tenta un adattamento della teoria del caos ai rapporti umani.
Ne esce una sorta di tragedia della globalizzazione, in cui quattro tra le culture più rappresentative del pianeta si incontrano e si scontrano con i loro pregi e difetti: quella occidentale, il mondo arabo, quello asiatico e quello ispanico-americano.
Le storie si fondono e si incastrano (per il vero quella ambientata in Giappone è piuttosto scollegata) in una rappresentazione che ha per tema principale la morte (il film è il terzo capitolo di quella che è stata battezzata la Trilogia sulla morte di Inarritu).
Per tema secondario (ma nemmeno così tanto) vi è invece la solitudine.
La solitudine dei pastori che vivono ai margini del deserto del Marocco, o quella di una coppia di Americani in crisi che tenta, viaggiando, di ritrovare la serenità perduta (gli ottimi Brad Pitt e Cate Blanchett).
La solitudine di una giovane giapponese sordo-muta che vive una tragedia personale legata a questa sua condizione (i frammenti “asiatici” sono probabilmente quelli più interessanti della pellicola, soprattutto da un punto di vista tecnico-stilistico).
Un buon film, con un’ottima interpretazione di tutti gli attori coinvolti (da un Brad Pitt in una veste inconsueta, alla Clooney, agli attori esordienti o non professionisti). Un’interessante, pur se a tratti estraniante, colonna sonora di Santaolalla (che vinse l’Oscar nell’occasione).
Ultima collaborazione tra Arriaga e Inarritu, con il primo che intraprese una battaglia per il riconoscimento del ruolo dello sceneggiatore quale co-autore del film, giungendo allo scontro con il regista messicano.

2 commenti

  1. paolodelventosoest / 8 luglio 2015

    Mi pare calzante la tua espressione “tragedia della globalizzazione”. Forse i toni drammatici risultano leggermente forzati; ho seguito con maggior interesse la storia della babysitter messicana, gestita con magistrale tensione narrativa (quella sensazione di “temporale” imminente mentre i bambini sono alla festa)

  2. hartman / 8 luglio 2015

    @paolodelventosoest, è forse la parte narrativamente più riuscita (stilisticamente mi è piaciuta di più quella giapponese)…
    lì Inarritu giocava in casa del resto… 🙂
    tuttavia quella messicana è anche la parte più “tradizionale”, quella che contiene, a mio avviso, il più alto tasso di dejavu cinematografico…
    in ogni caso un film interessante, non l’ho scritto in recensione ma secondo me è superiore rispetto a 21 grammi

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