Recensione su Arrivederci, ragazzi

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3 settembre 2014

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Film di una delicatezza disarmante, permeato di malinconia a partire dalle prime scene, con lo sguardo composto del protagonsta che osserva il paesaggio scorrergli sotto gli occhi dal treno che lo porterà in collegio.
La prima parte del film scorre lenta, piacevole, mostrando la vita di un collegio cattolico nell’inverno del ’44, dove ai dispiaceri e alle dfficoltà di adattarsi ad una vita lontano da casa di Julien fa da sfondo, in maniera iniziamente quasi impercettibile, il confitto mondiale. E quando Julien finalmente comincia ad aprirsi e avvicinarsi a Jean, un nuovo compagno, più un nodo inizia a stringersi attorno alla gola dello spettatore. Perché la guerra, nonostante tutto, non si può chiudere fuori dalle porte di un collegio, perché la sorte di un ragazzino che nel ’44 non fa la comunione e non mangia carne di maiale fa paura, e non si può che aspettare che la situazione degeneri.
E quando ciò accade, fa male. Fa male perché ce lo si aspettava, ma ciò non rende minimamente più semplice accettarlo. E fa male perché nonostante la delicatezza che caratterizza tutto il film, le scene finali sono più forti di un pugno allo stomaco, perché così è stato, perché l’orrore non si è certo smussato davanti a dei ragazzini, ma li ha travoti con la naturalezza delle cose che succedono.
Si resta con tanto amaro in bocca davanti al cuoco zoppo che in passato aveva suscitato simpatia e pietà, quando lo si vede passeggiare a fianco dei tedeschi. E ancora di più si soffre davanti alla suora che piange, terrorizzata, e tradisce un bambino, perché non lo si vorrebbe, si vorrebbe solo condannare eppure è impossibile negare che il suo comportamento sia in qualche modo comprensibile.
Le scene finali, la rassegnazione e la dignità con cui Jean ripone in ordine i suoi pastelli prima di alzarsi e seguire l’ufficiale tedesco, fanno fisicamente male.
E quel coro finale, quegli “Arrivederci, padre”, e quel coraggiosissimo “Arrivederci, ragazzi” sono la chiosa perfetta.

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