Recensione su Follia

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Mediamente… dimenticabile / 27 novembre 2011 in Follia

Ho affrontato questo film prima di leggere il libro da cui è tratto sulla scorta della recente esperienza con Espiazione. Era facile immaginare che, visto l’argomento – disturbi vari di personalità, comportamenti dis-adattati, distorsioni nella percezione della realtà (e certo meglio sarebbe dire: della realtà… maggiormente condivisa) – il libro avrebbe offerto approfondimenti e ampio spazio a quelle questioni interiori davanti a cui il cinema a volte va in shock, convinto di non poterle drammatizzare. Così, onde evitare di nuovo il trauma – mio questa volta – da impossibilità all’apprezzamento, ho preferito vedere prima il film – tanto più che con un libro simile non si soffre certo la mancanza dell’effetto sorpresa – nella speranza di riuscire a cogliere e godere, invece, delle eventuali bellezze cinematografiche.
Com’è finita?
Il titolo della recensione dice tutto quello che c’è da dire su questa pellicola.
Salvo la bellezza della Richardson, che fa decisamente “macchia” sullo sfondo degli altri personaggi, come se appartenesse – appunto – a un altro mondo, ma fosse costretta a condividere dettami e caratteristiche che le sono estranee. Tuttavia, quella catatonia che le si vede spesso sul volto è voluta/dovuta alla parte o è un limite della sua prova d’attrice? Non ricordo di lei prove che mi aiutino a sciogliere il dubbio, il quale purtroppo rimane, eccome.
Forse sarà più facile rispondere post-lettura, così come sarà possibile capire se la fondamentale incomunicabilità tra i personaggi principali è un tema voluto o un limite della sceneggiatura, ancora una volta (v. Espiazione) incapace di fare una sintesi ragionata e sensata di pagine evidentemente troppo complesse per essere trattate con dei semplici taglia e cuci.
E’ assolutamente fuori discussione invece come alcuni personaggi siano totalmente insulsi, solo abbozzati, lasciati a metà, al punto da far sì che sfugga la loro natura (v.il marito Max) così come fuori discussione è il fatto che il soggetto non ha niente, ma proprio proprio niente di nuovo da aggiungere ai – soliti – temi trattati (peso delle convenzioni, insoddisfazione femminile come sintomo di malattia da disadattamento, ospedale psichiatrico come carcere, dottori più discutibili dei malati, rapporti coniugali insulsi, genio e follia, il fascino del deviato, la passione per l’ombra come unica forma per non cedere alla “lobotomizzazione” sociale, eccetera, eccetera eccetera. Che barba!)

P.s.
Mi ha lasciato decisamente perplessa la dedica che appare alla fine dei titoli di coda (!!) a tutti i malati le cui vite sono state segnate dall’esperienza della reclusione in un ospedale psichiatrico aperto nel 1888 e chiuso nel 2003 di cui per ora non ho trovato notizie specifiche. Discorso troppo lungo qui, ma in sintesi, direi, vagamente insulsa anche questa.

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