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Recensione su Arrival

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Una grossa delusione / 25 marzo 2017 in Arrival

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Una grossa delusione, considerato lo hype smisurato che ha circondato il film fin dall’uscita. Una narrazione affrettata e piena di buchi, con gli scienziati che un attimo prima guardano perplessi i glifi incomprensibili dei viaggiatori spaziali e un attimo dopo si esprimono fluentemente in alienese; o con le nazioni che si apprestano a muovere guerra agli ospiti in puro stile fantascienza anni Cinquanta, in base a una valutazione leggermente irrealistica dei rapporti di forza. Una fotografia cupa, dai colori smorti, che rende la visione faticosa, con appena una o due invenzioni memorabili – i membri della squadra che si voltano a guardare il loro collega arrancante nel tunnel antigravitazionale, e per un attimo i loro volti appaiono minacciosamente inquadrati dall’oscurità; le astronavi che svaniscono come fumo all’alba (una libera citazione da Childhood’s End di Arthur C. Clarke, forse?).
Ma è l’idea centrale del film che fallisce miserabilmente. Ci vorrebbe una legge che impedisse a tutti i registi che non siano geni assoluti di trattare i temi dei paradossi temporali: ogni volta che qualcuno ci prova sono disastri. Louise comunica per telefono al generale Shang (la Cina sembra essere diventata una dittatura militare mentre nessuno guardava) il messaggio che lui stesso le trasmette nel futuro; ma il generale ripete ciò che ha sentito a sua volta da Louise nel passato. Domanda: chi ha escogitato il messaggio? Un genio potrebbe forse rispondere, o alludere a una risposta; un regista competente alluderebbe almeno al problema; Villeneuve non fa nulla di questo, limitandosi a ingarbugliare ancora di più la matassa nel momento in cui ci mostra Louise immemore nel futuro del contenuto del messaggio, come se non avesse mai fatto quella telefonata (che Shang invece ricorda benissimo).
Questa può apparire come una mancanza a livello puramente intellettuale; ma non lo è, perché si riflette in pieno anche sul piano emotivo. Nel momento in cui Louise diventa consapevole del futuro, cessa di compiere scelte morali autonome; tutto quello che fa è di aderire al proprio destino già scritto. Da personaggio diventa attrice, fedele al copione, e la scelta terribile che compie non è vera scelta: come avrebbe potuto agire diversamente, senza dar vita a un paradosso? Al massimo le potremmo rimproverare il suo evidente, poco comprensibile amor fati. Ma di questo nel film non c’è vera traccia; Louise sembra pensare di aver scelto, il suo futuro compagno pensa (penserà) che abbia scelto; cosa pensassero il regista e lo sceneggiatore delle proprie scelte non è dato sapere. E forse è meglio così.

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