Recensione su Arrival

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Trionfo del linguaggio, e del cinema / 23 gennaio 2017 in Arrival

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Tutto in questo film ruota attorno al concetto di linguaggio. Esso può essere arma o strumento (due termini confondibili), può generare incomprensioni e conflitti oppure portare la pace tra gli uomini.
Un linguaggio universale, ecco il dono di questa civiltà extraterrestre. Un linguaggio in grado di condensare passato, presente e futuro. Ah, se solo esistesse davvero qualcosa di simile. Un momento, non è forse il cinema questo linguaggio?
A pensarci bene la comunicazione tra umani ed eptapodi avviene tramite un vetro che, a causa del fumo, sembra essere bianco. Un vero e proprio schermo cinematografico insomma. In più tale comunicazione è sempre verbale/visiva, mai fisica, la dimensione degli eptapodi (leggasi cinematografica) non è penetrabile, non del tutto almeno. Il personaggio di Amy Adams riuscirà infatti nel finale ad accedervi, e il suo corpo sarà visivamente contaminato dalla CGI, dalla finzione, dal cinema insomma. Aggiungiamoci pure che i due alieni vengono simpaticamente soprannominati Abbott & Costello e l’elemento metacinematografico appare evidente.
Il cinema è effettivamente un linguaggio, ed è sicuramente universale, persino più della musica. Certo, come ogni linguaggio va imparato, altrimenti si rischia di incappare in banali incomprensioni, come confondere un flashforward con un flashback, ma il cinema ha già dimostrato di saper unire popoli differenti.
È sicuramente una lettura romantica ed infantile, ma anche incredibilmente affascinante per chi da sempre ama questo linguaggio.

3 commenti

  1. Stefania / 30 gennaio 2017

    Wow, mi piace moltissimo l’idea che suggerisci, parlo del parallelismo del linguaggio universale con il cinema 🙂 è molto affascinante, perché il linguaggio del cinema è universale, ma non è univoco, è soggetto a interpretazioni e decodificazioni (talvolta ben poco oggettive), come qualsiasi lingua, mutevole col mutare del tempo, in cui convivono sinonimi e figure retoriche, per esempio, che possono indurre a formulare interpretazioni lontane dalle intenzioni. Il linguaggio degli eptapodi, non a caso, contiene anche il fattore-tempo, uno degli elementi a cui l’evoluzione di un idioma è profondamente legata.

    • Sgannix / 30 gennaio 2017

      @stefania: Mi fa piacere che ti sia piaciuta l’interpretazione! Esattamente, il cinema è un linguaggio e come tale è ambiguo (e Hollywood ci ha sempre marciato molto sull’ambiguità dei suoi prodotti). Forse è un linguaggio un po’ più libero, uno scavalcamento di campo non è grave come un congiuntivo sbagliato. Oddio, è anche vero che il parlato comincia a dare per buoni alcuni errori, quindi sì, il fattore tempo è determinante.
      Cavoli, davo per scontato che fosse stato tradotto con Gianni e Pinotto come nella versione sottotitolata. Riescono sempre a metterci del loro.

  2. Stefania / 30 gennaio 2017

    Dimenticavo! A proposito di “soggettività” delle traduzioni: nella versione italiana, gli eptapodi si chiamano Tom e Jerry 🙂

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