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Recensione su Arrival

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L’eterno ritorno dell’uguale / 14 febbraio 2017 in Arrival

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

I bei film, secondo me, sono quelli che, a dieci minuti dalla fine producono la distensione dei muscoli, dopo ore di punti di domanda sulla trama, finalmente arriva il momento in cui capisci ogni aspetto della pellicola e tutto inizia a prendere forma, ad avere il suo proprio significato. Sono rari quei casi, questo per me lo è stato. Ho interpretato il linguaggio come mezzo per un’analisi della vita umana ancora più altra, ancora più alta. Sotto di ciò, nel nucleo del racconto ritrovo una delle teorie più complesse e affascinanti della filosofia – vuoi per deformazione professionale – l’idea dell’eterno ritorno nelle parole che Nietzsche pone alla bocca del profeta Zarathustra. L’eterno ritorno, l’idea del serpente che si morde la coda (ripreso anche dalla simbologia della scrittura aliena) prende temporalità e forma nella mente della dottoressa. Filosofia del linguaggio, traduzione radicale di Quine, usati per spiegare la Comunicazione, la base della ricchezza delle genti, un’arma, una forza.
Eugene Fink, uno dei tanti studiosi di Nietzsche, spiega l’eterno ritorno meglio di me:

“Tutti i progetti dell’uomo devono alla fine cadere, una salita senza fine non è possibile, poiché lo impedisce il tempo senza fine. In esso si esaurisce ogni forza; esso diventa padrone delle volontà più ostinate, spezza le reni anche alle più possenti speranze. Lo spirito della gravità riporta indietro ogni slancio e lo piega nella caduta…È chiaro che di fronte al tempo infinito ogni tempo diventa assurdo, ogni rischio senza motivo, ogni grandezza si rimpicciolisce. Lo spirito della gravità, qui inteso come coscienza dell’infinità del tempo, impedisce il vero protendersi dell’esistenza nell’apertura cosmica del mondo”.

“Il rapporto sintetico che l’attimo ha con sé in quanto presente, passato e futuro fonda il rapporto con gli altri attimi. L’eterno ritorno è così la risposta al problema del passare; esso perciò non va interpretato come ritorno di un qualcosa, di un uno o di un medesimo. Intendere l’espressione “eterno ritorno” come ritorno del medesimo è un errore, perché il ritornare non appartiene all’essere ma, al contrario, lo costituisce in quanto affermazione del divenire e di ciò che passa, così come non appartiene all’uno ma lo costituisce in quanto affermazione del diverso o del molteplice. In altre parole, nell’eterno ritorno l’identità non indica la natura di ciò che ritorna, ma, al contrario, il ritornare del differente; perciò l’eterno ritorno dev’essere pensato come sintesi: sintesi del tempo e delle sue dimensioni, sintesi del diverso e della sua riproduzione, sintesi del divenire e dell’essere che si afferma dal divenire, sintesi della doppia affermazione. L’eterno ritorno, allora, non dipende da un principio di identità ma da un principio che, per tutti questi aspetti, deve soddisfare le esigenze di una vera ragione sufficiente”.

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