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Recensione su Arrival

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Il lessico del tempo. / 30 gennaio 2017 in Arrival

Villeneuve volteggia tra metafisica e spazio, tra geometrie del tempo e del linguaggio, ricercando nella parola un valore semantico.
Il suo Arrival, iconico e introspettivo, è un film, che pur addentrandosi in una science fiction dai sintagmi già forgiati, trova la sua avveniristica ragione nella comunicazione, in un’eloquenza persa a favore dell’immagine.
L’avvento, caratterizzato dalla comparsa di dodici astronavi aliene, avviene in un oblio ovattato di silenzi, fra vaste ed immense radure, ove lo sguardo si perde per dare più enfasi al mistero. Ma Villeneuve non ne esacerba gli aspetti, il suo epicentro è l’essere umano, che si affida all’idioma per comprendere tutto ciò che per lui è ignoto. E così la fantascienza si fa uomo, o meglio, donna, andando ad esplorare il suo intimo rapporto con il tempo.
Difatti, la cornice aliena, si può tranquillamente definire un cavillo, un’opportunità per rappresentare la diversità sotto un’altra forma, sebbene la stessa torreggi fra scambi di materia e luce, e fra ambiguità e simbologie ermetiche.
Il reparto sonoro contribuisce a rendere quasi catartica la visione, libera da un concetto forse troppo astruso come il tempo.

2 commenti

  1. Stefania / 30 gennaio 2017

    Sono estremamente d’accordo sul fatto che la “cornice aliena” sia un “cavillo”, un escamotage (un po’ banale, in fin dei conti, ma sempre efficace).
    Sono rimasta un po’ delusa proprio dal reparto sonoro: ricordavo le musiche di Jóhann Jóhannsson in Sicario, potentissime e ben fuse con le immagini. Qui, benché abbia apprezzato per gli stessi motivi un paio di brani, non ho ravvisato la stessa forza e la stessa compenetrazione con quanto rappresentato. Ma è possibile che, come dire, sia un mio problema.

  2. inchiostro nero / 30 gennaio 2017

    @Stefania Ho particolarmente apprezzato il main theme della colonna sonora, meno invasivo ( e potente ) rispetto a quello di Sicario, ma più ponderato e riflessivo, in linea con le tematiche della pellicola. Ovviamente, si parla sempre di impressioni. 🙂 Per quanto riguarda l’espediente usato da Villeneuve, quando ci si addentra in un tema già profondamente sviscerato, come quello alieno, e in generale della fantascienza, risultare originale sia alquanto impossibile. Per questo credo che il regista de ”La donna che canta” abbia fatto un buon lavoro. Proprio per aver reso meno ordinario ( nei limiti ) un soggetto usuale.

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