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  • “È bello, eh, l’uovo, Teo? Anch’io sono così, ogni volta che vedo un uovo resterei lì a guardarlo per delle ore.”

Recensione su Arrival

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“È bello, eh, l’uovo, Teo? Anch’io sono così, ogni volta che vedo un uovo resterei lì a guardarlo per delle ore.” / 23 gennaio 2017 in Arrival

Diciamoci la verità, andare al cinema oggi non è più solamente un piacere. Ogni tanto, purtroppo o per fortuna -per gli amanti del brivido e della prodigalità-, guardare un film è diventato anche un bel rischio. Un pericolo cui la nostra epoca, non sempre pregna di idee innovative, ci espone e che puntualmente decidiamo di correre, a volte in maniera un po’ incosciente, altre, invece, con una certa dose di consapevolezza -odore di capolavoro o suicidio assistito che sia- acquisita qua e là, grazie ai “potenti mezzi di informazione” che la tecnologia ci mette a disposizione. Ma una cosa è sicura, quasi tutti quelli che ad un certo punto lo fanno, entrano in sala con una certa aspettativa.
Il film che ho visto ieri sera non è un capolavoro, è un’opera composta ed accordata, che si muove su un binario unico, ordinatamente per quasi tutta la sua durata. Ma porta con sé qualcosa di più profondo, qualcosa che si spinge oltre.

Quando guardo questo genere di film sono solito pensare alle uova e non per fame o per la forma delle astronavi “gusci” del film.
L’uovo per me rappresenta, molto ingenuamente, l’armonia nella semplicità, la bellezza incredibile e stupefacente delle piccole cose.
Capisco, però, che l’uovo possa non piacervi, allora fate finta che sia un cerchio, va bene lo stesso.
Tralasciando pure questo passaggio, Arrival è un film ben fatto.

Tratto dal racconto “Storie di una vita” di Ted Chiang, non stupisce più di tanto lo scenario nel quale la storia si dipana: gli alieni arrivano con i loro “gusci”, appunto, giganti e si posizionano su tutto il globo terracqueo, spargendosi un po’ tra i diversi continenti. Il Governo Americano mette insieme un duo di scienziati per comunicare con i nuovi arrivati. Questa è la sua cornice, il suo spazio. Una dimensione poco originale e già vista che, tuttavia, inganna. Qui sta la mossa “Kansas City” di Villeneuve, che ti fa andare da un parte mentre lui guarda da tutt’altra, ma con i tratti tipici di questo comportamento artato, dove la vittima è davvero convinta di sapere che il truffatore stia tentando di imbrogliarla.
E così, infatti, il regista sembra quasi voler scoprire subito il raggiro, levare la patina, alzare il velo. È ingannatore, ma gentiluomo. Desidera, quindi, che lo spettatore sospetti che si tratta di un artificio.
Personalmente, sarò un cretino, ma con me ha funzionato alla grande. Ho, infatti, vissuto l’esperienza di questo film con un’esitazione perdurante, standomene seduto sulla mia poltroncina, ripetendo continuamente a me stesso: “ma è davvero tutto qui ?” .

Non voglio farla troppo lunga, l’arte è in effetti solo uno strumento di comunicazione, che si esprime molto spesso sotto forma di un mezzo di trasporto sul quale si sale per andare da qualche parte. Quest’opera è così, ti distrae abilmente e ti porta dove vuole, per poi esploderti in faccia. Non è un capolavoro, Arrival è un giocattolo con un meccanismo che funziona bene, anche grazie ad una Amy Adams meravigliosa, perfettamente a suo agio nel ruolo assegnatole e ad una regia molto matura, curata ed attenta. Andate a vederlo se siete curiosi, se amate le sorprese, i sogni e se avete voglia di soffermarvi su un aspetto della natura umana che è egoistico e terribilmente romantico al tempo stesso. Nel dubbio, andate a vederlo.

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