Recensione su Arrival

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Alienesi tutti appesi / 27 marzo 2017 in Arrival

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Lei è stata molto brava con quelle traduzioni dal farsi. Quindi (ma che wtf di collegamento sarebbe?) venga pure a tradurre quest’alienese. Così il colonnello Forest col suo occhio che balla dice a Louise, una linguista apparentemente abbastanza boooooring mi si consenta, ma proprio brava nè, che vive su un lago e già all’inizio si fa dei trip dove una figlia nasce/cresce/muore/mah. Un bel giorno e in 12 punti diversi, arrivano 12 navicelle spaziali a forma di semiguscio e si piazzano sospese. Va da sè, la cosa un ciccinin di bailamme nel mondo lo crea, con panico, saccheggi e ogni superpotenza impegnata a inviare studiosi nella pancia dell’astronave e studiare la sa-sa-situation. Louise, insieme a un fisico sapido, partecipa al gioco per il team USA! Quindi: innanzitutto chiudiamo il Montana. Bom, chiuso. Ogni 18 ore Louise, Ian e soldati stupidi entrano nella navicella, dove la forza di gravità se ne va alla belin di cane e c’è un vetro e dietro una nebbia e dentro due alieni con sette tentacoli (sì, in tutto 14), ribattezzati eptapodi o più amichevolmente Tom e Jerry dal sapido. A Louise di trovare il modo di “parlare” con loro per chiedergli “‘zzo volete da noi?” Intanto fuori il mondo si unisce, si divide, come la risolviamo, i cinesi fan le bizze come al solito (seguiti dal Sudan, ma figurati, il Sudan dai, che è già tanto se resta intero – ah no, l’hanno smembrato), e insomma, bisogna fare in fretta. Fine fiera: gli alieni scrivono nero di seppia e circolare (insomma, con questi alieni ci si potrebbe far un risotto) e non hanno un tempo lineare, imparando a comunicare con loro Louise riprogramma la sua mente al nuovo linguaggio e vede il futuro, da cui la figlia, da cui il bivio: che faccio se so il futuro ma so che va male ma andrà comunque male ma lo cambio il futuro (aka: mi faccio ingravidare dal sapido)? Restano sullo sfondo senza mai avanzare la minaccia e lo scontro, raffigurate più dalla paura e dal quel che succede intorno ai protagonisti, dalla frenesia dei media o dal batter di scudi dei capi di stati maggiori che voglion tirarci le bombe. Perché l’umanità che porge il dito agli alieni in questa visione di Villeneuve è unita o almeno unibile – invece secondo me noi prima gli butteremmo una bomba e poi chiederemmo chi è, secondo un vecchio adagio di Tex Willer; e gli alieni, che prendono un po’ dai vecchi alieni cefalopodi (o da quelli dei Simpson, per dire) e un po’ da Kubrick col loro aleggiare lì sospeso ed enigmatico, costringono le nazioni (e l’umanità) a parlarsi e rovesciare la visione guardandosi dentro attraverso l’altro. E bon, col trick del tempo che esplode il finale non ha troppo senso ma puoi sempre dire “eh ma il tempo non è più lineare” e motivar la qualsiasi.

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