Recensione su Arancia meccanica

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Bene + Male = Esistenza / 27 febbraio 2014 in Arancia meccanica

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Ogni volta che penso a questo film, indirettamente mi viene da pensare ad un libro. No, non si tratta dell’opera di Anthony Burgess da cui la pellicola è tratta (purtroppo non l’ho letta, quindi non ho il diritto di citarla). Il mio pensiero va a qualcosa di nostrano: il Visconte Dimezzato di Italo Calvino. Sottolineo, il collegamento è frutto di un pensiero indiretto. Non sto facendo un improbabile quanto originale paragone tra Kubrick e lo scrittore italiano.
Comunque, per chi non conosce questo piccolo racconto, esso narra la storia di Medardo di Terralba, un visconte che durante una battaglia si trovò diviso in due a causa di una palla di cannone. Le due metà incarneranno per tutta la durata dell’opera la parte malvagia e la parte pura del protagonista, per poi riunirsi in un’unica entità, come afferma lo stesso Calvino “ritornare uomo intero, né cattivo né buono, un miscuglio di cattiveria e bontà, cioè apparentemente non dissimile da quello ch’era prima di esser dimezzato”. Il libro lascia più di una morale, ed una delle più significative è senz’altro che l’uomo, per definizione, ha bisogno di un lato buono ed un lato cattivo. Vivere appendendosi agli estremi è nocivo per sé stessi e per gli altri, perché rende la propria esistenza una grande menzogna.
Kubrick fa qualcosa di simile: prende un personaggio e lo spinge ad entrambi gli estremi, mostrandone gli effetti allo spettatore in maniera violenta e cruda, senza filtri di sorta. Alex DeLarge pone una malvagità spaventosa come fulcro della sua esistenza, ed è una malvagità dannosa per lui quanto per la società. Ma la bontà che gli viene instillata in maniera forzata è paradossalmente peggio. Peggio per lui, che non può essere sé stesso, come potrebbe simboleggiare la sua incapacità di ascoltare la nona di Beethoven, che perde il suo libero arbitrio. Il risultato è che la società è più spietata di lui, gli nega il perdono, lo calpesta. Kubrick osa, non si fa intimidire da nulla. E questo è senz’altro uno dei suoi meriti principali, oltre che uno dei motivi per cui questa pellicola è diventata un cult. Un altro dei motivi è Malcom McDowell, che assimila egregiamente un ruolo poliedrico, lo fa diventare un tutt’uno con sé stesso, danneggia addirittura il suo fisico per accoglierlo meglio nel suo intimo. E il risultato finale è pazzesco. Lo sguardo diabolico di Alex è forse uno dei grandi simboli del cinema passato, presente e futuro.
La musica è un’altra colonna portante del film. Non solo ne esalta il valore fornendo un prezioso contorno, ma assume un ruolo indispensabile a livello narrativo. La musica rappresenta Alex, il suo essere umano. Nell’intimità della sua stanza, il suo rifugio dal mondo, egli ha un poster di Beethoven appeso al muro. Il suo rapporto coi drughi, suoi fedeli compagni, inizia ad incrinarsi proprio per via di un episodio legato alla musica. Quando il suo obbligato mutamento spazza via la sua malvagità, ne fa le spese anche la sua innocente passione per la musica (“Beethoven non ha mai fatto male a nessuno”). Non a caso, nella famosa scena della cura Ludovico, vediamo l’unico sincero momento di implorazione del protagonista, che fino a prima aveva accettato sempre passivamente qualsiasi evento o azione mossa contro sé stesso. Perfino quando realizza di essere diventato un omicida e un sicuro condannato al carcere, durante l’interrogatorio della polizia, egli non sembra attribuirne alcun peso, limitandosi a seguire lo scorrere degli eventi o a farsi travolgere da esso.
Arancia Meccanica è un film da vedere assolutamente, testimonianza di un regista visionario e in grado di destreggiarsi abilmente nei più svariati generi, di un Malcolm McDowell che ha fatto la storia e di una colonna sonora che non ha per nulla bisogno di elogi.

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