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Recensione su Antichrist

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“Lascia ch’io pianga mia cruda sorte, e che sospiri la libertà…” / 27 maggio 2014 in Antichrist

Io credo che questo film debba essere visto sotto due aspetti prevalenti.
Il primo è quello strettamente personale del regista. Von Trier ha dichiarato, in merito alla genesi di questo film, di aver sofferto di un lungo periodo di depressione. Periodo che in parte è riuscito ad esorcizzare grazie alla realizzazione di Antichrist e che rimanda quindi a un tipo di cinema che si potrebbe definire “sincero”, dove il regista si mette completamente a nudo nei confronti del pubblico. Personalmente, mi intrigano molto questi lavori dove l’autore decide di trasformare la cinepresa in un lettino da psicoterapia. Antichrist potrebbe essere visto, in una delle sue tante chiavi di lettura, come un grande e claustrofobico incubo di Von Trier, dove le paure e i timori più inconsci del regista vengono portati lentamente a galla, in una spirale onirica di violenza e sofferenza.
L’altro aspetto (più generale, ma comunque riconducibile al primo) può essere una sorta di “cammino del dolore”, necessario per la ricerca di un’espiazione morale, che Von Trier racconta attraverso i corpi e le menti dei due coniugi. Lo strazio a cui si è sottoposti sin dai primi minuti è un crescendo ricolmo di sequenze, ambienti e visioni crude e soffocanti (che spesso si affidano ad un certo citazionismo, ad esempio la foresta dell’Eden). Tutto è una parabola lenta, ma fortemente discendente. A volte dotata di una gran messa in scena, curata in maniera maniacale, ed a volte con un’eccessiva voglia di specchiarsi in un sensazionalismo forse non necessario.
Tecnicamente comunque, si può parlare di un’opera valida (a testimonianza di ciò, l’evocativo prologo), con un bel comparto sonoro e due interpreti eccellenti. Dafoe è convincente, così come Charlotte Gainsbourg, ennesima prova della bravura di Von Trier nel trarre il massimo dai “suoi” ruoli femminili.

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