Recensione su Antichrist

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Bello e impossibile (diciamo difficile, anche per me) / 4 settembre 2011 in Antichrist

Lars von Trier è uno dei pochissimi registi che, a volte, riesce a procurarmi sensazioni di insofferenza fisica, di fastidio fisico, di rigetto; quelle sensazioni, cioè, in cui è il corpo stesso a rifiutarsi di continuare la visione, o segnala tutta la lotta necessaria per riuscire ad arrivare in fondo. Con questa pellicola è stato così (in modo molto meno accentuato: “Idioti” e qualche passaggio di “Dogville”).
Nel mio codice di apprezzamento questo non è affatto un commento negativo – i film che non mi piacciono mi lasciano annoiata e indifferente, svuotata dalla mediocrità – ma è comunque il segno di un limite, un limite forte, invalicabile e che mi spinge a proteggermi da ulteriori esposizioni di simil natura, anche se il film ha aspetti splendidamente rari (visivi sopratutto). Un esempio più noto? Qualcosa di simile mi è capitato solo con la seconda volta (a distanza brevissima dalla prima) di “Arancia Meccanica” – un film che comunque considero un assoluto (ma forse allora ero molto giovane, e non vivevamo immersi in un universo visivo così cruento come è quello degli ultimi decenni).

Tornando ad AntiChrist: la sequenza iniziale in cui si consuma il dramma da cui tutto prende il via è da incanto; Willem Dafoe, in tutto il film, è appassionante (relegato a ruoli così insulsi nel cinema americano, Von Trier ne ha saputo tirare fuori un lato sorprendente), irresistibilmente capace di trasmettere un’affettività forte, malgrado lo scenario cupo, e che permette da solo alla storia di reggere, una storia che altrimenti si perderebbe in un surrealismo difficile da ricondurre a un’esperienza comprensibile lucidamente; la trama: senza via di scampo. Sebbene questa sia una delle cifre di questo grandissimo autore, una cifra che gli ha permesso di dare vita a pellicole di valore indiscutibile, qui egli indugia in una morbosità senza scuse – nemmeno quella della psicosi di lei – che forse non aggiunge niente al film, al suo messaggio complessivo (un viaggio nel dolore e nell’Ombra, psichica o mitica), ma ne rende solo più difficile il godimento.
Insomma: “Caro Lars, caro maestro, ti prego, continua, ma ricordati che noi spettatori – anche i più grandi frequentatori di luoghi impervi, mondi remoti, e universi dove “logica” è una parola senza senso – siamo umani”

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