Recensione su Antichrist

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18 maggio 2015

Credo di non esagerare se dico che questo è uno dei film più estremi e disturbanti della storia del cinema, o almeno sicuramente del cinema cosiddetto d’autore.
Qualche tempo fa, il buon Von Trier ha attraversato la sua personalissima selva oscura, cadendo in un periodo di depressione che ha deciso di curare (anche) continuando con il suo lavoro e tirando fuori il film de quo (Dante, invece, aveva pensato bene di scrivere la Divina Commedia, ma erano altri tempi).
Una pellicola del genere se la facessi io o voi (o i nostri vicini di casa), verremmo immediatamente rinchiusi e la chiave buttata nella Fossa delle Marianne.
Ma l’ha fatto Von Trier e quindi siamo qui a parlarne come (l’ennesima) esperienza cinematografica autoriale sui generis prodotta dal cineasta danese da molti apprezzato se non proprio idolatrato.
Adesso, a parte le battute, questo film è indubbiamente forte, sciroccato, capace di far discutere.
È un’esperienza estrema come il base jumping dalla stratosfera (alla Baumgartner, per intenderci).
Ci va il pelo sullo stomaco, come si suol dire.
È una pellicola le cui esplicite manifestazioni gratuite di violenza, orrore, sesso (mischiato a violenza ed orrore fino a sconfinare nel sado-maso cruento), lasciano a dir poco interdetti.

Il film inizia con un prologo tecnicamente molto interessante. Un rapporto sessuale con tanto di penetrazione esplicita al ralenti, subito in apertura, che sta lì ad avvertire lo spettatore che si fosse eventualmente approcciato alla pellicola senza sapere bene a cosa andasse incontro.
Quell’immagine scuote inconsciamente per la sua gratuità (avete presente Tyler Durden in Fight Club che monta fotogrammi porno in mezzo alle pizze che proietta nei cinema per famiglie? Ecco più o meno siamo a quei livelli).
Poi c’è il dramma.
Fine del prologo.
Inizia il senso di deja-vu.
Kieslowski, Film Blu.
Una madre (anche lì un’attrice francese, peraltro fisicamente simile) che elabora il lutto familiare in un modo assolutamente particolare.
Ma qui Von Trier va oltre. Va decisamente oltre.
Inizia la scalata su pareti inesplorate della cinematografia.
O forse no.
Perché il senso di deja-vu continua ad accompagnare lo spettatore, cui sembra di assistere, prima, ad uno dei tanti horror debitori a L’esorcista. Poi, nella drammatica e violenta escalation finale, ad uno splatter alla Hostel.
Il tutto condito da scene di sesso esplicito, che spesso sfocia nel violento e nel sanguinolento, oltre ogni immaginazione.

È un film estremo, dicevo, ma non so neanche più se si possa parlare di cinema in casi del genere.
È una auto-terapia psichiatrica (resa pubblica) di una persona che non stava bene e che ha cercato di esorcizzare la propria squilibrata visione della donna.
Un regista che chiude 100 minuti di pellicola con una dedica a Tarkovskij, magari covando la segreta speranza che richiamando un genio si venga a propria volta identificati in quella categoria.

Non mi sento di dargli un voto, ed è la prima volta che mi capita.
Nonostante tutto il biasimo che gli si possa far colare addosso, infatti, Antichrist non può non essere considerata un’opera interessante. Da vedere, con le dovute avvertenze, anche soltanto per capire i limiti fino ai quali la settima arte e la creatività pura possono spingersi.

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